|

da “Mangiare a Milano” corriere.it
di Valerio M. Visintin
Le gelaterie milanesi sono le più care d’Italia.
È un primato marginale, un male di stagione, ma ne avremmo fatto
volentieri a meno. Il sospetto si è insinuato rilevando, quasi per
caso, una macroscopica eccezione nella politica dei prezzi di Grom,
marchio torinese in epidemica espansione su tutto il nord della
penisola.
Ebbene, in 29 delle 30 città in cui sono presenti, i gelati Grom
costano 20 euro al chilo. L’eccezione è appunto Milano dove l’identico
prodotto sale a quota 24 euro. Il 20% in più. Le ragioni amare di
questo squilibrio ce le ha svelate Guido Martinetti (cervello della Gromart S.p.A, assieme a Federico Grom) al ritorno da New York, dove
ha battezzato l’ennesimo anello della catena.
Ma, nell’attesa, c’è stato il tempo per una breve indagine. Scopriamo
innanzitutto le carte delle gelaterie milanesi, dove i prezzi sono
generalmente allineati tra i 18 e i 20 euro, pur registrando diffusi
sfondamenti oltre questo muro. Tanto per fare qualche nome, costano 22
euro al chilo i gelati di Krem in via Turati e quelli di VivereMeglio
in corso di Porta Vittoria. Mentre ce ne vogliono 25 per Umberto in
piazza Cinque Giornate e per la Bottega del Gelato di via Pergolesi.
Sino a toccare incredibilmente i 30 euro al chilo con il gelato di
Sant’Ambroeus in corso Matteotti.
Di fronte a cifre come queste, si fa ancora più roca la voce di
Alberto Pica, presidente della Associazione Italiana Gelatieri, che ha
sede a Roma:
“Noi gliel’abbiamo detto cento volte ai colleghi de Milano”, spiega
con pittoresco accento capitolino.
“Stateve bboni. Co’ sti prezzi je facciamo perde a fantasia ar
cliente. Se un gelato costa come ‘na bistecca, la gente se magna ‘a
bistecca”.
E quale sarebbe il prezzo corretto, secondo lei?
“Carcolamo che la produzione costa circa 6 euro al chilo, quindi,
faccia conto che un prezzo giusto sta attorno ai 14 euro”.
E difatti, nella sua gelateria di via della Seggiola si paga quella
cifra: “E tra miei clienti ce stanno personaggi come Andreotti e
Verdone…”.
Pica non è una voce fuori dal coro romano, anche nello storico
Giolitti in via degli Uffici del Vicario (a due passi dal Campidoglio)
non si va oltre i 16 euro. In piazza Navona, Ai Tre Tartufi, per un
chilo si spendono 15 euro.
Mentre da Vanni, rinomata gelateria in via Col di Lana, ci si
arrampica a 20 euro.
Discorso analogo per Firenze, una delle capitali del gelato, con i 16
euro del mitico Carabé e i 20 di Carapina.
Insomma, perché il gelato milanese è caro come l’oro? Una prima cauta
risposta ci arriva da Luca Maggi, presidente del gruppo gelatieri di
Assofood (associazione milanese degli esercenti di commercio
alimentare): “Non nego sia costoso. Ma diciamo che il livello del
prodotto si è alzato moltissimo. E che, di conseguenza, i costi fissi
sono diventati veramente importanti…”.
Esborsi più pesanti rispetto al centro storico di Roma o di Firenze?
“Intanto Milano è certamente più cara come affitti”, ribadisce
Raffaele Valente, presidente dei gelatieri Epam (ente pubblici
esercizi milanesi). “E poi, noi qui rispettiamo tutte le leggi e le
norme sanitarie. Anche quelle rappresentano oneri economici. A Roma
non so se sono così in regola…”.
Sarà. Tuttavia, si ha la sensazione che la questione segua altri
sentieri logici. Non si spiegherebbero, altrimenti, le opinioni
dissonanti, rare ma risolute, che abbiamo raccolto tra i negozi della
nostra città.
C’è Carmelo Filingeri, che produce un ottimo gelato sotto l’esotica
insegna Aloha (in via Vallazze), il quale ammette: “A me pare che con
15 euro al chilo ci stiamo dentro bene”.
Oppure, Luigi Graziosi (una lunga esperienza sul campo, insegnamento
compreso) che afferma convinto: “I prezzi a Milano sono troppo
elevati. Secondo un calcolo ragionevole, al chilo non si dovrebbero
chiedere più di 15 euro”, che è poi quanto coerentemente stabilito
nell’esercizio di viale Monza (La Cremeria) che lui stesso sta
avviando.
Per uscire da questa ridda di voci contrastanti, occorrerà, però,
tornare infine al punto di partenza. E cioè, a Guido Martinetti di
Grom, il quale prima si rinserra in una difesa a catenaccio, spiegando
che gli affitti, le utenze e la mano d’opera nel capoluogo lombardo
sono più costosi.
E poi si lascia sfuggire gelidamente quella che sembra essere la
verità più plausibile, per quanto dura da digerire:
“Al di là di tutto, i prezzi sono legati agli esiti del mercato. E il
mercato di Milano ci dice che quei prezzi non sono alti, ma sono
giusti”.
In altre parole, se abbiamo il gelato più costoso d’Italia, sarebbe
semplicemente perché ce lo meritiamo.
L’APPROFONDIMENTO
Paga solo la qualità
L’articolo del “Corriere della Sera” non è un fatto isolato e solo
pochi giorni prima la Rai ha dedicato una lunga trasmissione al gelato
e al problema dei prezzi: un po’ la cosa è inevitabile perché la
stagione primaverile - estiva spinge i media a parlarne, un po’ è una
conseguenza dell’onda lunga della crisi che fa fare i conti con tutto,
gelato compreso, un po’ è perché la babele dei prezzi è evidente, sia
confrontando diverse zone d’Italia, sia diverse città nella stessa
regione, sia diverse zone della stessa provincia.
Il primo aspetto da sottolineare è relativo alla densità delle
gelaterie presenti, con conseguente concorrenza, e alle quantità
ipotetiche di consumi in relazione ai residenti e ai turisti: è chiaro
che una corretta gestione dei prezzi non può prescindere dall’entità
del fatturato realizzabile nel singolo esercizio.
Il secondo aspetto è relativo ai costi complessivi del locale e, in
particolare, al canone di locazione e al costo del personale, con
disparità addirittura vertiginose fra le diverse aree del nostro
Paese.
Il terzo aspetto è quello che ci interessa di più, ma non può
prescindere da quanto già segnalato: di quale gelato parliamo? Avete
notato che non ho fino a qui usato la denominazione “gelato
artigianale italiano”, ma solo genericamente “gelato”, perché capita
ormai spesso nelle nostre numerose città turistiche di avere, nelle
zone a maggior flusso e in locali anche ottimamente posizionati,
grandi vetrine espositive con vaschette simil-artigianali ma
contenenti ice-cream industriale “travestito” da artigianale e venduto
allo stesso prezzo (pur “valendo” assai di meno!).
Cerchiamo, quindi e in primo luogo, di non creare confusione fra
articoli assai diversi.
Veniamo al dunque: i consumi restano condizionati (nella grande
maggioranza dei casi) dal permanere della stagionalità e si aggiunga
che la quota del gelato d’impulso - coni e bicchierini - resta
preponderante, mentre l’asporto - termoscatole - è cresciuto
sicuramente, ma occupa una percentuale minore.
Esistono molte gelaterie con incassi di tutto rispetto, ma, nella
polverizzazione e quasi saturazione del mercato, sono moltissimi i
locali che non raggiungono i duecentomila euro di incasso annuo ed
anzi vedono questo obiettivo come un miraggio: tutti i costi, non solo
quelli delle materie prime, degli ingredienti e degli accessori, ma
affitti, personale, forza motrice, acqua, ammortamenti, assicurazioni,
consulenze, contabilità, tasse… oltre alla remunerazione dei titolari,
gravano su fatturati che non consentono certo sciali di nessun tipo e
sui quali va calibrata con attenzione la politica di vendita sia per
il chilo, sia per le diverse fasce d’impulso, sia per i tavoli.
La scelta da fare è quella di proporre sempre e comunque la qualità,
non cercando “risparmi” suicidi sulle materie prime, sugli ingredienti
e sugli accessori: è con la qualità che si ottiene la fiducia del
consumatore, che non solo tornerà in quel locale, ma diventerà anche
promotore di un positivo passaparola conquistando altri clienti.
Un gelato artigianale realizzato con latte fresco e panna fresca, con
alte percentuali di frutta, con nocciola Piemonte, pistacchio puro,
cioccolato fondente… fa la vera differenza ed è il punto di partenza
per parlare con serietà di prezzi, senza cadere nella demagogia
ribassista.
Un gelato offerto a 10/12 euro può forse garantire la sopravvivenza a
qualche operatore che si accontenta (e che nei mesi invernali si
spinge fino alle promozioni da 8 euro al chilo), ma non si coniuga con
la continua ricerca per migliorare il prodotto e il locale, per
crescere professionalmente e per seguire gli sviluppi tecnologici e
qualitativi.
Si può forse sopravvivere nei piccoli paesi, in Meridione, nei
quartieri periferici, ma non si può garantire la valorizzazione del
nostro prodotto in tutto il Paese, obiettivo che richiede anche
campagne di comunicazione adeguate e il consolidamento del prestigio
in tutti i comparti della gastronomia italiana nel mondo.
Abbiamo bisogno di un gelato artigianale italiano veramente buono, di
qualità e di prestigio: non crediamo si possa vendere mediamente a
meno di 15/16 euro al chilo e non ci stupiamo se in alcuni locali lo
possiamo trovare anche a 18/20.
Se talvolta è proposto a 25/30 euro o più, la tentazione è quella di
verificare se li vale: se è sì, tanto di cappello, altrimenti ci
rammarichiamo per la presunzione di chi lo ha proposto. In fin dei
conti anche per la gelateria vale ciò che vale per la ristorazione:
nelle cattedrali dell’alta cucina gli chef stellati propongono ai loro
selezionati clienti scelte raffinate e talvolta sublimi a prezzi assai
elevati, ma ciò nulla toglie alla qualità dell’offerta di numerosi
ristoratori di alto profilo e anche di moltissime trattorie e osterie
di indiscutibile apprezzamento; tutto ciò convive addirittura con una
realtà diffusa di altre tipologie di offerta, che arrivano fino alle
consumazioni di pasti veloci.
Questa è la nota stratificazione esistente, che, in aggiunta conosce
continue articolazioni ogni giorno.
C’è una enorme possibilità di scelta e il cittadino sceglie
liberamente come orientarsi alla luce della qualità proposta, del
rapporto qualità - prezzo, e talvolta del solo prezzo: contano
ovviamente anche aspetti di collocazione, di notorietà, di abitudine,
di novità, di convivialità, di cultura… Noi non possiamo prescindere
dal consolidamento di un consumo di massa trasversale a tutte le età e
a tutte le fasce sociali, ma puntiamo prioritariamente sui
“consumatori competenti”, desiderosi di qualità e genuinità, con ruolo
trainante e di esempio verso l’intera popolazione. Sono loro che hanno
dato al gelato artigianale l’identificazione con “il” piacere ed è a
loro che dobbiamo dare risposte di qualità. A. M. |