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Numerose nuove aperture stanno cambiando la mappa di copertura
della rete territoriale del gelato artigianale. Talvolta gelaterie
nuove aprono in zone già ampiamente coperte e praticamente sature.
Spesso nascono nelle gallerie dei numerosissimi centri commerciali,
destabilizzando comunque l’equilibrio circostante. In altri casi,
soprattutto nelle aree metropolitane e/o turistiche, si propongono con
una immagine e con una offerta innovativa: salutista o con
contaminazioni etniche o gastronomiche o di abbinamento dolce-salato.
È fondamentale che non siano troppe e, soprattutto, che propongano
qualità, sempre e comunque.

Negli ultimi anni sono nate molte nuove gelaterie: oserei dire troppe,
dato che non sono proporzionalmente cresciuti i consumi di gelato
artigianale nel nostro paese, né per quanto riguarda l’impulso (coni e
bicchierini), né l’asporto (termoscatole, torte, semifreddi), né la
sosta (consumazioni ai tavoli: coppe, dessert al piatto).
Occorre un buon incremento dei consumi domestici
L’auspicato incremento dei consumi domestici non si è ancora
verificato, se non per l’ice-cream industriale, e questo perché il
nostro competitor è capillarmente presente nei supermercati, è
sostenuto da una massiccia pubblicità, con prezzi assai bassi e con
una maggior facilità di consumazione una volta estratto dal freezer,
sia nella vaschetta che nelle monoporzioni.
La buona notizia può essere che recenti sviluppi tecnologici e
qualitativi del gelato artigianale nell’ingredientistica e nel ciclo
produttivo (micronizzazione) possono rendere morbido e “cucchiaiabile”
anche il gelato artigianale della termoscatola e subito addentabile lo
stecco o il biscotto artigianale (anch’essi appena estratti dal
freezer) e quindi si può prevedere un incremento dei consumi
domestici, grazie anche all’evidente superiorità qualitativa del
nostro prodotto: ma queste sono considerazioni che riguardano il
futuro; per ora resta il problema evidenziato in premessa e cioè uno
“sviluppo” ipertrofico con inevitabile effetto boomerang.
Il boom di aperture nei centri commerciali
La nascita (spesso “sconsiderata” dal punto di vista della
cementificazione del territorio, della saturazione di punti vendita
all’insegna dell’iperconsumismo, del vero e proprio massacro delle
tradizionali tipologie dei negozi di quartiere) di centinaia di centri
commerciali e relative “gallerie” ha portato con sé una pletora di
nuove gelaterie: alcuni “vecchi” e “nuovi” gelatieri hanno pensato che
il forte richiamo del centro commerciale, dei suoi parcheggi, delle
iniziative promozionali, dell’aria condizionata (e chi più ne ha più
ne metta), garantissero presenza e consumi tali da poter sopportare
gli elevati affitti, le salate spese “condominiali”, gli orari
massacranti (con le domeniche lavorative), permettendo anche
soddisfacenti profitti.
Ma il prezzo da pagare non è stato solo questo: le caratteristiche
medio - basse (più spesso basse) dell’utenza hanno giustificato - per
fortuna non sempre - la sempre minore attenzione alla qualità del
gelato prodotto, con effetti negativi sull’educazione del gusto del
consumatore (omologato, in questo modo, verso le tipologie tipiche del
fast - food), privilegiando le “apparenze” da luna park con colori
sgargianti, esposizioni nelle vaschette “a montagna”, eccesso di
variegature e gusti tremendamente pasticciati.
In aggiunta tutti questi nuovi locali hanno sconvolto l’equilibrio del
territorio circostante, togliendo consumazioni alle gelaterie
esistenti nei paesi limitrofi e provocandone spesso la crisi e la
chiusura: in ultima analisi è stato proprio un bel disastro, e i
giudizi positivi li possono dare solo i convinti assertori di questo
assurdo e ingiusto “modello di sviluppo”, che al di là della poca
considerazione verso i temi ecologici e sociali, non si pone
certamente (salvo alcune eccezioni di buon livello) l’obiettivo della
qualità e si limita spesso a proporre un gelato omologato, colorato,
variegato, appiattito sui gusti “alla moda” e sulla cattura
dell’attenzione effimera del “cliente non competente”, genericamente
massificato e sensibile più al prezzo che alla qualità.
Ma così facendo, purtroppo, si appiattisce tutto verso il basso e
progressivamente si privilegia (e si forma e si consolida) una attesa
sempre più dequalificata, che poi motiva un ulteriore abbassamento
della qualità dell’offerta, via via fino a un potenziale suicidio,
visto che a un certo punto si rischia di non capire più che differenza
c’è fra un seriale ice-cream industriale e un gelato artigianale, il
tutto a danno del secondo. Evidentemente sarebbe il caso di bloccare
queste operazioni insensate, non lungimiranti, destinate a portare
imbarbarimenti del gelato artigianale, sfiducia nel consumatore e
rafforzamento ulteriore del competitor industriale.
Per evitare considerazioni estremizzate, ritengo comunque opportuno, a
questo punto, dare atto ad alcune decine di gelaterie collocate nelle
gallerie dei centri commerciali di non essersi fatte trascinare “verso
il basso” dalla tendenza prevalente di riduzione della qualità e di
bassa omologazione: anche in alcuni centri commerciali possiamo
fortunatamente trovare esempi di produzione ed esposizione di gelato
artigianale di buon livello. Ci auguriamo che siano d’esempio per gli
altri.
I locali fotocopia e le aperture insensate
Negli anni sessanta - ottanta il settore del gelato artigianale aveva
attraversato un florido percorso di crescita impetuosa con l’apertura
di migliaia di gelaterie: si trattava di coprire interi territori con
una giusta capillarità che rendesse reperibile il gelato artigianale
ovunque (centro città, quartieri, paesi, centri storici, località
turistiche…) e questo fu un bene per tutti.
Nella stragrande maggioranza dei casi le aziende di macchine, arredi,
ingredienti composti, accessori svilupparono sia la produzione che la
ricerca e si elevò sensibilmente il livello qualitativo del gelato
prodotto oltre che i suoi consumi: crebbe la reperibilità e la
conoscenza del gelato artigianale, crebbe il gusto dei consumatori e
la capacità di scegliere, crebbe la formazione professionale e si
allargarono le frontiere del gelato artigianale (gusti di tradizione e
novità, granite, semifreddi, monoporzioni).
Già allora però, con le difficoltà economiche dei primi anni novanta,
fu chiaro che in alcune realtà si era giunti alla saturazione: i
consumi non crescevano con il ritmo delle aperture dei locali, alcune
gelaterie restavano sotto il punto di pareggio oppure con la loro
nascita causavano declino e difficoltà di sopravvivenza a quelle già
esistenti.
L’andamento non florido della conduzione di una gelateria, come in
altre attività, porta con sé frutti avvelenati: demotivazione
psicologica e professionale degli operatori, minor attenzione alla
qualità degli acquisti e del prodotto, sottovalutazione della
formazione, al non pagamento dei fornitori, tendenza al ribassiamo pur
di incassare qualcosa, malumori, scortesia, chiusura, effetti negativi
per i fornitori non pagati e per i gelatieri concorrenti coinvolti
nell’abbassamento dei prezzi e nella sfiducia dei clienti, peggior
qualità per i consumatori finali.
L’esperienza diretta del nostro settore ci dovrebbe aver insegnato
molte cose, ma non è così: negli anni recenti alcuni venditori di
macchine e di arredi si sono fatti nuovamente travolgere
dall’illusione di uno sviluppo senza limiti e hanno cominciato
nuovamente a forzare l’apertura di troppi locali.
Forzare ed esasperare le vendite, così come “drogare” il mercato,
conducono solo a errori madornali, come hanno confermato le
ipergonfiate speculazioni edilizie e il malcostume delle finanziarie:
non è certo il caso di creare difficoltà da ipersaturazione alle
gelaterie.
L’illusione dello sviluppo senza limiti è simile all’illusione della
vita senza limiti: ci si può ubriacare di queste speranze, ma portano
solo a risultati nefasti.
Si sono così realizzate numerose situazioni di saturazione, a volte
con aperture selvagge accatastate una vicina all’altra proprio dove
c’era la presenza di un locale di successo, con l’inevitabile
conseguenza di limitare il successo dello stesso e dividere gli
incassi fra più locali (spesso restando sotto il punto di pareggio):
al di là delle conseguenze negative per la qualità del prodotto e per
l’immagine del settore, c’è da dire che appaiono imperdonabili la
leggerezza e la superficialità di coloro che hanno consentito queste
scelte perdenti, pensando con vista corta solo al proprio tornaconto
immediato e a vendere qualche attrezzatura in più, ma dimostrando
inevitabilmente la propria scarsa professionalità, una pericolosa
cecità commerciale e una evidente mancanza di etica, ma purtroppo “la
madre degli stupidi è sempre incinta”.
La tendenza a moltiplicare le aperture ha alle spalle anche la
corresponsabilità di alcuni gelatieri, perché è stata agevolata dalla
scelta di aprire il secondo e il terzo locale da parte di numerosi
operatori gratificati dal successo economico e commerciale del primo:
anche in questo caso, però, è da evidenziare il fatto che molto spesso
i nuovi locali, senza la presenza stabile del titolare storico o con
gestione affidata ad altri o con personale inesperto, non hanno
ottenuto il successo del locale capostipite, hanno faticato a
riproporre l’offerta di qualità che dovevano garantire e talvolta
hanno causato peggioramento dell’attenzione e rischio di decadimento
anche nel negozio da cui era partita l’avventura.
Non insisteremo mai abbastanza sul fatto che la gelateria artigianale
è un locale unico e irripetibile, fondato sull’unicità del gelatiere
che la conduce, sulle sue capacità professionali e sulla sua
creatività: riproporre questa capacità anche gestionale e questa cura
attenta a tutti i particolari in una piccola o grande catena non è per
nulla scontato e rischia di deprimere l’artigianalità e di affermare
la serialità.
Ancora due parole su Grom
Un considerevole numero di nuove aperture è comunque frutto del
fenomeno “catene” e la cinquantina di gelaterie GROM esemplifica bene
come può avvenire questa moltiplicazione: progettazione centralizzata,
ricettazione - acquisti - produzione centralizzati, politiche
commerciali e comunicazione centralizzate, con buona pace
dell’artigianalità, dell’unicità del singolo locale e del singolo
gelatiere, della valorizzazione delle tipicità territoriali, della
pastorizzazione e mantecazione sul posto.
Le priorità della uniformità del prodotto, della serialità produttiva
e di servizio, dei messaggi programmati dall’alto, tipici
dell’industria e della grande distribuzione, soppiantano le priorità
del lavoro artigiano. Ma, si sa, sono i “numeri” che contano.
C’è da dire che il fenomeno “tira” ancora, i vari negozi GROM che
aprono anche in piccole città hanno consumatori (spesso in fila, anche
perché la loro spatolatura dei coni è molto laboriosa, data
l’eccessiva consistenza del gelato nelle carapine), l’effetto
“osannante” di alcuni articoli sui giornali e passaggi televisivi non
si è esaurito e molti “aficionados” dichiarano con convinzione
granitica che quel gelato piace: ho già scritto ampiamente che il
gelato è discreto e per alcuni gusti buono, anche se la
pastorizzazione non avviene sul posto, anche se non c’è
l’artigianalità del produttore locale e degli ingredienti locali, ma
vale la pena di ribadire che se questi negozi talvolta scalzano le
gelaterie già esistenti e catturano i consumi non è solo perché i
consumatori si fanno conquistare dalla pubblicità ben fatta, ma accade
perché le gelaterie preesistenti non propongono un gelato
sufficientemente buono, più buono di GROM, e oltretutto non sanno
comunicare per niente e quindi soccombono.
Proprio la capacità di comunicazione è il vero punto di forza di GROM:
slogan molto studiati sulla nostalgia della tradizione, frasi mirate
con enfasi sulle caratteristiche dei singoli ingredienti, qualche
“narrazione” in chiave mitologica, foto curate: c’è sicuramente da
imparare (limando gli eccessi e qualche informazione impropria).
Il problema va affrontato senza superficialità: per esempio, la scelta
di non utilizzare emulsionanti e di dichiararlo in modo netto è valida
e va nel senso di una giusta battaglia per ridurre gli additivi, che
ci deve vedere tutti coinvolti.
Peccato che in questo caso i loro gelati al latte senza emulsionanti
non hanno una struttura soddisfacente e sono “vecchi” per un palato
competente: ben altri risultati hanno ottenuto molti gelatieri
d’avanguardia con mix evoluti di zuccheri, proteine, fibre (tutte
naturali) e con l’uso della micronizzazione; allora sì che il gelato
migliora anche levando gli emulsionanti.
Su alcuni temi si fanno dichiarazioni imprecise e si dice che non si
usano additivi e invece si usa la farina di semi di carruba
(giustamente), oppure si dichiara che si usa “zucchero d’uva” mettendo
fra parentesi “destrosio”, che non è la stessa cosa: e qui si rischia
di violare una regola fondamentale dell’etica della comunicazione, che
è quella di evitare le bugie e le “mezze” verità.
Non è neppure il caso di glorificare la scelta dei pozzetti e delle
carapine, mitizzando un ritorno al passato che nasconde il fatto che
il gelato di una volta era assai peggiore rispetto a quello di oggi:
purtroppo si è trasformato il pozzetto nella nuova moda e molti
giovani architetti e geometri frustrati rincorrono “i pozzetti ad ogni
costo” (talvolta proponendo locali simili a camere mortuarie
postmoderne con il banco dei pozzetti come catafalco).
Da decenni la ricerca e la tecnologia ci hanno messo a disposizione
modelli sempre più evoluti di vetrine espositive, capaci di garantire
la buona struttura del gelato esposto e di valorizzare al meglio
l’armonia di gusti e colori.
È bene che il gelato si veda, che si veda come sono la sua struttura e
il suo tessuto, come sono naturali i colori, quanto è invitante e
quanto prepara al piacere della degustazione.
Perché nasconderlo?
Per censurarne le imperfezioni e i difetti, come facevano tanti anni
fa i vecchi gelatieri con i pozzetti?
Per limitare le informazioni, almeno quelle non verbali o per non
rispetto dell’attesa e della curiosità del consumatore?
Anche questi aspetti non vanno nella direzione della giusta relazione
con il consumatore, ma cavalcano metodologie comunicative tipiche dei
gruppi industriali e della grande distribuzione, con ipertrofia
dell’immagine e degli slogan “semplificatori”.
Per ora il battage tira e molti ci credono, come accade spesso con la
pubblicità, ma non è per nulla scontato che ciò giovi al prestigio del
gelato artigianale nel lungo periodo. Si crea anche confusione su ciò
che è veramente buono.
Sta di fatto che già solo con questa catena ci sono cinquanta locali
in più e il rischio di saturazione aumenta.
Di catena in catena
In ogni caso, la tendenza GROM ha molti imitatori; catene piccole e
grandi di ogni tipo si moltiplicano e talvolta assumono anche la forma
giuridica del franchising: a tutto ciò aggiungete l’onda lunga di
quello che è rimasto della breve esperienza italiana dei negozi
Häagen-Dazs (ice-cream industriale con ingredientistica “ripulita” -
no ai grassi vegetali, tanta panna, alcuni ingredienti di alto profilo
- locali di prestigio, comunicazione con foto e messaggi verbali
validi…), che ha fatto sì che Antica Gelateria del Corso, Algida,
Sammontana e altri si siano inventati (soprattutto in località
turistiche o di shopping) centinaia di punti vendita agghindati come
se fossero gelaterie artigianali, con vaschette in bella vista, coni e
cononi granellati, granite e messaggi al limite dell’adescamento, con
disorientamento totale del “consumatore non competente” (figuriamoci
poi l’impatto - senza traduzioni - sul turista russo, cinese, arabo…).
Del resto possiamo tentare di metterci nei panni del turista
disorientato e disorientabile, per capire concretamente l’importanza
del problema: se vado a Barcellona (ma il discorso vale ormai per
Parigi, Londra, New York…) e ho voglia di gelato, mi imbatto
facilmente in locali similgelaterie di multinazionali dell’ice - cream,
ma incontro anche riedizioni spagnoleggianti di Häagen-Dazs oppure
numerosi locali della catena Farggi (una grande pasticceria catalana
che ha inserito nei suoi negozi anche grandi vetrine di gelato
“artigianale”) o della catena Dino (di una famiglia italiana che è
partita da un primo negozio passando poi per un grande laboratorio con
molte gelaterie dislocate sia in centro, sia al mare e sia in
periferia).
Lì, da straniero, non conoscendo fama e qualità dei locali esistenti,
cerco di capire qualcosa dalla struttura e dai colori delle vaschette
esposte, studio le facce dei clienti, guardo gli accessori e il
servizio, tento di capire le scritte e il cartello degli ingredienti…
Alla fine sono costretto ad adeguarmi a ciò che fanno i catalani: non
essendo competente territorialmente, non conoscendo storia e
specialità locali, non avendo la mappa di una capillare presenza di
gelaterie artigianali alternative che ben presentano il loro prodotto,
mi “fido” del marchio, dell’insegna, dell’arredo, dell’offerta e
soddisfo in qualche modo la mia voglia di gelato (sperando nella buona
sorte).
Proprio questa indeterminatezza è il rischio da evitare nel nostro
Paese, altrimenti vincerà la serialità industriale e l’appiattimento
delle catene. Ogni gelateria artigianale dovrà valorizzare la sua
unicità con una visibile offerta di alta qualità, comprensibile a
prima vista per la bellezza del gelato esposto, per un chiaro cartello
degli ingredienti caratterizzato da genuinità e con comunicazioni
convincenti e stimolanti. In particolare, la cura alla comunicazione
deve fare un grande salto di qualità. E anche all’estero le gelaterie
italiane dovrebbero fare così, per meglio distinguersi.
Dobbiamo marcare la differenza con l’icecream industriale e con
“qualcosa di gelato”, evidenziando superiorità e alta qualità del
gelato artigianale italiano.
I locali di nuova generazione
A questo quadro caotico e abbastanza confuso è però necessario
aggiungere un altro aspetto, quello delle gelaterie di nuova
generazione, a cui guardo comunque con curiosità e con grande
attenzione, perché rappresentano un aspetto stimolante: sono anch’essi
locali nuovi che si aggiungono a quelli esistenti, ma aprono a una
utenza trasversale più vasta, spesso più colta e curiosa, più giovane
e sensibile a temi salutisti, in cerca di “contaminazioni”
gastronomiche e di tradizioni provenienti da mondi e culture diverse.
Spesso in questi locali dilaga il cioccolato in tutte le sue
declinazioni. C’è un po’ di avanguardia, un po’ di moda e un po’ di
follia. C’è di tutto, dal buono al curioso, dallo stimolante
all’eccessivo, dal banale al volgare: alcuni hanno grande successo
(non si sa ancora se effimero), altri sono già in difficoltà.
Comunque vale la pena tenerli d’occhio, imparare il meglio, cogliere
gli stimoli, “togliersi la muffa”, sempre ribadendo la scelta di
combinare tradizione e innovazione, con la barra saldamente rivolta
alla massima qualità.
Sono gelaterie di nuovo tipo, talvolta ristoranti – gelaterie, oppure
cioccolaterie - gelaterie con tisanerie, e anche rivisitazioni
dell’etnico, del sushi, del pre-cena e del dopo-cena, in cui si
combinano dolce e salato, caldo e freddo: sono punti di ritrovo e di
convivialità, c’è musica, c’è internet, ci sono libri e video; nascono
nei centri metropolitani, nei centri storici e turistici, in zone
universitarie, nei luoghi della movida e … reinterpretano il gelato
artigianale, il modo di pensarlo e di consumarlo.
Resta un settore vitale: non appesantiamolo
Troppe gelaterie non giovano a nessuno, l’eccesso di offerta demotiva
e attenua il piacere della consumazione.
Rischia di stancare e di annoiare, offuscando “il” piacere di
scegliere e gustare un buon gelato artigianale. Ricordiamo che locali
in difficoltà creano problemi al settore e al suo prestigio: inoltre
abbassano la qualità dell’offerta e deprimono la domanda e
imbarbariscono anche il gusto del consumatore, che si appiattisce
“populisticamente” verso il basso. È il caso di diffidare se qualcuno
plaude al giudizio indiscutibile delle masse (o, peggio, “della
gente”) per dichiarare che “è buono” ciò che “la gente giudica buono”:
è la premessa del regime reazionario di massa, della dittatura della
semplificazione, della volgarità del “famolo strano”.
Così si rischia di idolatrare la mediocrità (e uccidere l’eccellenza).
Ben venga un rinnovamento, che sia vero e proprio rinascimento, basato
sulla qualità e sulla ricerca dell’eccellenza.
Le storiche gelaterie di alto profilo oggi possono produrre meglio che
in passato, con maggior tecnologia e una ingredientistica più pulita
(perché non è vero che era migliore e neppure più genuino il gelato di
una volta): il loro esempio può far crescere l’intera rete
territoriale delle gelaterie e valorizzare ancora di più il prestigio
del gelato artigianale italiano.
Le nuove gelaterie hanno un ruolo e un senso solo se si innestano in
questo percorso di crescita qualitativa e partecipano al nostro nuovo
rinascimento, che rafforza il primato del gelato artigianale italiano
nel mondo, in primo luogo migliorando il suo prestigio proprio in
Italia.
Le migliori teste pensanti del settore devono impegnarsi con coraggio
su questa priorità.
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