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Dedico queste righe all’intervista pubblicata su “bargiornale” di
luglio-agosto 2011, in cui Federico Grom esprime alcuni concetti,
intercalandoli con giudizi poco lusinghieri nei confronti dei
gelatieri.

Non era mia intenzione tornare sull’argomento Grom, che ho già
affrontato in altri scritti, ma alcuni operatori del settore mi hanno
chiesto di dare voce alla loro protesta per le insinuazioni nei
confronti dei gelatieri contenute nell’intervista.
C’è da chiedersi, in primo luogo, perché venga utilizzata l’occasione
di comunicazione fornita da una intervista (in particolare – in questo
caso – a un periodico rivolto a pubblici esercizi) per seminare accuse
“criminalizzanti” e generiche ai gelatieri su scontrini non emessi e
sul ricorso al lavoro nero: sembra un attacco di puro autolesionismo,
o, in alternativa, di accentuata presunzione e non rispetto per i
“colleghi” e la cosa è sconcertante, come se si volessero prendere le
distanze dalla categoria e rivendicare la propria estraneità (in
quanto ex analista finanziario – lui - ed ex enologo – il suo socio
Guido Martinetti).
D’altro canto non può non tornare alla memoria un precedente episodio
ancor più grave, perché si trattava di una intervista a Guido
Martinetti alla televisione e quindi con un pubblico vastissimo di
consumatori: anche in quella occasione Martinetti si esibì in un
attacco pesante ai gelatieri come se fossero tutti evasori.
Cito la recente intervista: “l’idea di tenere i dipendenti in nero
e di non battere gli scontrini per pagare il meno possibile tasse e
ricavare il più possibile a fine mese ti costringe a essere sempre
presenti per controllare che nessuno ti <<freghi>>. Per sviluppare una
catena, invece, si parte da concetti radicalmente opposti. Il primo è
che anziché guadagnare mille da un locale è meglio guadagnare
cinquecento da 10 locali. Il secondo è che si seguono le regole e si
controlla, la presenza non è più necessaria”.
Forse è il caso di ricordare a tutti che regole, controllo, verifica
del ciclo, formazione del personale … sono fondamentali in ogni
attività ben fatta e a maggior ragione per le produzioni artigianali
che puntano sulla qualità: non serve fare una catena e aprire 55
negozi per prendere atto di questi aspetti essenziali in un lavoro ben
fatto, se mai la catena ti costringe alla serialità, alla inevitabile
perdita dell’unicità della tua produzione artigianale, alla
spersonalizzazione della relazione sia con i collaboratori, sia con i
clienti … insomma a scivolare progressivamente nell’ottica industriale
con tutto ciò che ne consegue.
Sicuramente è una scelta legittima: basta non fare confusione con il
lavoro artigiano.
Anche le considerazioni sul personale da motivare (con gli esempi
delle rapide carriere di due giovani collaboratori) non possono valere
solo per la catena: il percorso di apprendimento, formazione e
continuo approfondimento di chi collabora in una gelateria artigianale
correttamente guidata e orientata alla alta qualità è una scuola
eccezionale capace di formare una competente e appassionata nuova
generazione di gelatieri.
Ma torniamo alla frase sugli scontrini.
E’ naturalmente dovere di tutti i cittadini italiani opporsi
all’evasione fiscale e al lavoro nero, così come alla corruzione in
politica e ad ogni tipo di attività criminosa, ma come mai qui si fa
di tutte le erbe un fascio e si tende a criminalizzare l’intera
categoria dei gelatieri? Ne emerge un tendenziale conflitto di
interessi perché si utilizzano gli strumenti della comunicazione per
danneggiare l’immagine della “concorrenza” (cioè gli altri gelatieri
in generale) e portare acqua al proprio mulino e questa non è per
nulla una bella operazione.
Ci si dovrebbe aspettare correttezza e magari si dovrebbe avere la
capacità di spostare l’attenzione sui problemi veri della produzione
(pastorizzazione e mantecazione) artigianale in ciascuna gelateria,
sulla capacità di proporre ricette “uniche” per ciascun punto vendita
e legate a materie prime del territorio, sulla cura degli aspetti
specifici dell’artigianalità fra cui la formazione e crescita di
personale qualificato per la produzione in ogni negozio …
Ma questi temi non vengono presi in considerazione, anzi non hanno una
risposta soddisfacente nella teoria e nella pratica della catena Grom,
che ha la pastorizzazione centralizzata nel laboratorio di Torino e
non pastorizza nei singoli locali ma trasporta miscele refrigerate
prodotte altrove; non usa latte, panna, acqua …dei singoli territori
ma solo quelli acquisiti in modo centralizzato; non cura la formazione
sul ciclo produttivo dei collaboratori locali, che si limitano a fare
i “gelatori” e gli “spatolatori” (li chiamano “conisti”) dai pozzetti:
il tutto con buona pace dell’artigianalità, del valore di unicità
della singola gelateria, del farsi carico della crescita professionale
dei collaboratori.
Resta naturalmente il tema della qualità del prodotto e della
comunicazione sui singoli ingredienti usati, con supporto di belle
fotografie e di frasi ad effetto sulla provenienza degli stessi: sono
messaggi che Grom sa ben confezionare, che appaiono convincenti ai
consumatori, anche se non necessariamente trasmettono informazioni
veritiere (per gli intenditori è noto che il Pistacchio di Bronte è
assai superiore rispetto a quello utilizzato da Grom, così come è
chiaro che destrosio e zucchero d’uva non sono la stessa cosa, mentre
Grom li usa come sinonimi, ed è chiaro che non è vero che non usano
additivi dato che negli ingredienti è citata la farina di semi di
carruba … ma questo è un altro discorso).
Ci interessa ripetere che il giudizio sulla qualità è soggettivo: ha
un certo valore quello degli esperti, che può anche discostarsi
dall’eventuale successo di massa di un locale in “quel” particolare
frangente, per cui le stesse “code” fuori dai locali Grom non possono
significare che ciò dimostra che quello è il gelato più buono del
mondo, così come l’audience riscossa dal “Grande Fratello” non è la
conferma dell’alto livello di questa trasmissione.
Per quello che mi riguarda ho già espresso il mio parere abbastanza
positivo per alcuni gusti e meno per altri, ribadendo che nel
variegato mondo delle gelaterie si trova senza dubbio di meglio, ma
sicuramente anche di peggio: a noi interessa che complessivamente
cresca l’offerta di gelato di qualità per consolidare l’apprezzamento
dei consumatori e interessa che ogni gelatiere, ogni gelato, ogni
locale mantengano la propria personalità.
Fatte queste precisazioni, è evidente che sul fronte della
comunicazione quelli di Grom ci sanno fare e ciò si porta appresso un
successo di pubblico notevole, supportato dall’opportunità che hanno
avuto di ottenere intere pagine pubblicitarie con Unicredit su tutti i
principali quotidiani e rotocalchi, frequenti passaggi televisivi e
interviste sparse, articoli e titoloni come quello sul Corriere della
Sera – pagina milanese – che titolava addirittura “Grom, il gelato più
buono del mondo” (dimenticandosi che ogni operatore, gelatiere o
pasticcere che sia, è convinto di fare il prodotto più buono del
mondo, cosa ovviamente impossibile)
Così si creano, talvolta artificialmente, le mode e si dà spazio ai
modaioli, che magari di buon gelato si intendono poco, ma devono “far
apparire” che invece sono intenditori, tanto intenditori da essere
disposti a farsi vedere in fila perché ancora per qualche tempo farsi
vedere lì è “di moda”.
Vale per i vestiti, per i gioielli, per i ristoranti, per i film, per
i cantanti … le mode esplodono, si gonfiano e si sgonfiano (come i
seguaci), ma alla fine resta ciò che vale veramente, resta la qualità
vera.
Noi continuiamo a lavorare perché le gelaterie artigianali siano
veramente tali, facciano un gelato buono ed unico, sappiano comunicare
il valore di ciò che fanno e che propongono: continuiamo a credere che
dietro a ogni gelateria di alto livello, dietro ad ogni gelato
artigianale di qualità ci sia e ci debba essere un gelatiere di grande
professionalità e passione. |