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Nel mondo reale non tutto può essere ottimo: eccelle ciò che si
differenzia dal resto e ciò che viene apprezzato per le sue
caratteristiche, altrimenti tutto sarebbe piatto, indistinto e triste.
Il gelato artigianale non fa eccezione.
Può differenziarsi per la qualità, per la genuinità, per la
semplicità, per la creatività, per la sobrietà, per l’eleganza, per un
irripetibile equilibrio di tutto ciò …

Il gelato artigianale può essere ottimo per alcuni e non per altri,
può esserlo anche per tutti ma solo per un periodo o in un luogo, può
non esserlo più e tornare ad esserlo successivamente.
Può entusiasmare i consumatori competenti, oppure i colti, i ricchi, i
giovani oppure no: può attrarre i cultori delle tendenze, o magari
della immagine e delle mode, anche se effimere.
Vogliamo l’ottimo
Ciò vale per tutto, si diceva, e, quindi, vale anche per il nostro
gelato: a noi, qui ed ora, compete analizzare, valutare, interpretare,
conoscere i fatti – i dati – i cambiamenti – i percorsi, per dare un
contributo di chiarezza sul presente e sul futuro del nostro settore.
Ci impegniamo ad ascoltare e a cercare di capire tutte le posizioni e
tutte le sfaccettature, tentando di non perdere la bussola e di non
farci travolgere da letture superficiali e prive di una visione
“strategica”: non ci serve appiattirci su un generico populismo che
liquida tutto come se solo “quello che i consumatori comprano” fosse
giusto, ma non possiamo neppure schierarci con lo snobismo, che
mitizza la perfezione, la purezza astratta, l’enfasi magari solo sul
macrobiotico e sul biologico ad ogni costo.
L’area buia di “qualcosa di gelato”
Nel complesso ed articolato mondo del gelato artigianale, negli snodi
della capillare rete territoriale delle gelaterie, c’è un po’ di tutto
e, purtroppo, c’è anche un’area buia di confine e di terra di
nessuno, dove dilaga “qualcosa di gelato”, cioè proposte confuse e già
ai limiti dell’ice-cream industriale: è una offerta che crea spesso
confusione nei consumatori (in particolare fra i turisti stranieri) e
si “maschera” da gelato artigianale, ma è fatta in realtà da vaschette
di prodotto industriale oppure da “gelati” realizzati con buste di
polveri con acqua, con tanti coloranti e aromi artificiali, da
bricchi di miscele liquide e additivate pronte da gelare, da monodosi
su stecco o in bicchierini troppo simili a quelle del banco dei
supermercati.
Gli operatori del nostro settore dovrebbero cercare in primo luogo di
accendere i riflettori su questa area buia e di chiarire che essa non
può far parte del mondo del gelato artigianale ma che è solo “qualcosa
di gelato” e che, non a caso, è un territorio di “avvicinamento” all’ice-cream
industriale, con una prossimità che può corrompere e che comunque crea
grande confusione.
Tra l’altro questo chiarimento è fondamentale per precisare (al nostro
settore) cosa proporre come “made in Italy” a livello internazionale,
evitando di esportare solo polveri e basi pronte cariche d’additivi,
che rischiano di abbassare l’immagine e l’attesa nei confronti del
nostro prodotto e che sono facilmente copiabili da improvvisati
produttori locali.
Ciò vale anche per coloro che hanno l’ambizione e il pallino di
costruire “catene” di gelaterie, semplificando all’osso la proposta
(in più versioni: da galleria di centro commerciale, da aeroporto, da
stazione, da villaggio turistico), dimenticando che proprio la
“catena” incatena alla serialità e rischia di contrapporsi
all’artigianalità e all’”unicità” che deve sempre caratterizzare il
singolo gelatiere, il singolo gelato, la singola gelateria.
Sicuramente la “catena” (ma anche il franchising) intriga e fa rumore,
anche mediatico: se tira, e ha adesioni, fa anche business (talvolta
lo fa solo per il capofila e assai meno per i conduttori); è
dimostrato dagli eventi che spesso arranca e capita anche che muoia.
Può gratificare l’orgoglio di chi l’ha voluta ed avere il favore dei
fornitori coinvolti (ed anche l’attenzione della stampa, che spesso su
queste cose resta in superficie e prende abbagli), ma al gelato
artigianale non farà mai un “gran bene” (magari darà qualche spunto
sulla comunicazione e su aspetti di innovazione: meglio di niente),
perché la catena, appunto, è orientata inevitabilmente alla serialità,
alla riproducibilità del prototipo, al tenere “sotto controllo”
l’artigianalità, che, in ultima analisi, è e deve essere una armonia
di creatività – genialità – unicità, nelle formulazioni, nelle
ricette, nelle interpretazioni (in questo caso, volendo esagerare,
artigiano deriva da arte). In ogni caso ormai le catene ci sono e, tra
l’altro, non sono poche e talvolta suscitano l’interesse di potenziali
“aspiranti gelatieri”: vale quindi la pena di prenderne atto e di
proporre almeno alcune caratteristiche vincolanti.
Auspichiamo che le catene esistenti e quelle in fase di lancio (visto
che la decisione è già presa e gli impegni pure) aderiscano almeno ad
alcuni punti irrinunciabili: a) pastorizzazione e mantecazione nel
singolo locale; b) materie prime genuine e del territorio; c)
ingredienti composti di alta qualità e con ridotta presenza di
additivi; d) interpretazione “locale” delle ricette e dell’offerta,
con conseguente comunicazione.
Il piacere
Torniamo al dunque: c’è un elemento fondante nel discorso che stiamo
facendo ed è che, comunque, per tutti gli articolati strati di
consumatori (uomini e donne, bimbi – giovani – adulti – anziani –
vecchi, ricchi e poveri, colti e ignoranti, di città e di campagna,
del Nord e del Sud) il gelato artigianale è vissuto come “il” piacere,
e viene identificato come genuino. Si desidera, quindi, un gelato
artigianale che sia buono e genuino, creato sul posto, più fresco
possibile, con latte, panna, zuccheri, frutta (magari del territorio)
e con ingredienti di alta qualità: è evidente che lo si desideri a
stragrande maggioranza, ma ciò non vuol dire che lo si possa ottenere
sempre, comunque, dovunque.
Tra l’altro, nella larga maggioranza “desiderante”, sarà assai
soggettiva e differenziata l’opinione su cosa è buono e genuino e ci
sarà senza dubbio chi valuterà di “alto livello” qualcosa che alla
prova dei fatti magari risulterà pieno di grassi vegetali e di
additivi (e che ad altri sembrerà quasi scadente).
Il mondo è bello perché è vario e solo un articolato percorso di
comunicazione e di crescita culturale (e quindi anche gastronomica,
con affinamento del gusto e approfondimento delle conoscenze) ci
porterà ad allargare la platea dei consumatori consapevoli e
competenti e ci condurrà a un livello più alto di “attesa” da parte
dell’intera popolazione (e quindi ad un livello più alto di produzione
e di offerta da parte dei gelatieri).
Ma torniamo a valutare l’esempio concreto delle gelaterie che sono
note sul territorio e apprezzate per il loro prodotto, considerato
appunto buono e genuino.
Gli operatori che lo possono garantire (grazie alla loro
professionalità, alle loro ricette, alla loro creatività, ai loro
collaboratori e ai loro fornitori di fiducia) sono premiati dai
consumatori, in primo luogo dai più competenti, che ne decretano la
patente di qualità e il successo e che fanno anche da cassa di
risonanza e passa - parola, allargando i risultati.
I locali di prestigio in un territorio fanno del bene non solo a se
stessi (e ai loro clienti) ma all’intero mercato, perché innalzano
l’attesa e la ricerca di qualità da parte dei consumatori potenziali e
quindi spingono anche le altre gelaterie a darsi da fare per
migliorare il loro prodotto.
Le gelaterie di alto profilo alzano la qualità della rete
territoriale
Tirando il bandolo della qualità, grazie alle gelaterie di alto
profilo, si srotola la matassa delle diverse tipologie di locali che
offrono il gelato artigianale: cremerie con tavoli e dehors, botteghe
di impulso e asporto, locali misti di bar o pasticceria con angolo
dedicato al gelato, ristoranti con ottime referenze di gelato nel menù
…
E’ inevitabile che in questa mappa ci siano anche livelli di offerta
assai differenziati: qualcuno emergerà per alcuni gusti e specialità,
qualcun altro per offerte specifiche (di tradizione oppure innovative,
salutiste, bio, altro); qualcuno proporrà una “media” soddisfacente e
qualcun altro inciamperà in probabili cadute di livello e magari in
altri errori. In questa rete il consumatore troverà materie prime
fresche e genuine oppure le troverà solo in parte e lo potrà capire
non solo dalla degustazione ma, già prima, da una utile e fondamentale
lettura degli ingredienti (che sarebbe meglio sempre scrivere
chiaramente gusto per gusto, per permettere al consumatore di sapere
esattamente cosa troverà in ciascun gusto, a maggior ragione se ha
intolleranze o allergie): il bandolo della ricerca della qualità è
fatto anche di questa trasparente comunicazione, che non è solo un
sacrosanto obbligo ma è anche un viatico per scegliere il meglio.
La dichiarazione degli ingredienti per i singoli gusti mette con
evidenza nero su bianco come si produce e con cosa, tanto più che
bisogna rispettare l’ordine decrescente delle dosi di utilizzo: latte
fresco e panna ai primi posti parlano da soli per le miscele al latte,
così come la frutta deve guidare gli ingredienti nel gelato di frutta.
Se ci sono i grassi vegetali idrogenati lo si vede subito ed è meglio
che non ci siano, così come è meglio che compaiano poche E, cioè
additivi che spaziano dagli stabilizzanti agli emulsionanti, dai
coloranti agli aromi artificiali (ed è opportuno che siano proprio
pochi e sempre meno nel futuro). La consapevolezza crescente dei
consumatori fa sì che sia sempre maggiore la percentuale di coloro che
leggono gli ingredienti e si informano e sarà sempre in crescita,
anche se sono ancora molti i prodotti alimentari che si presentano a
tutt’oggi con una ingredientistica “da brivido”: con il passare degli
anni diventerà inevitabile la loro progressiva sparizione.
La consapevolezza di questa linea di tendenza ha portato gli operatori
più sensibili del settore del gelato artigianale a lavorare per un
gigantesco salto di qualità basato sul primato della genuinità delle
materie prime, della qualità degli ingredienti composti, della
riduzione degli additivi.
Il problema non riguarda solo i gelatieri più attenti o gli
opinionisti e i comunicatori più accorti, ma ha coinvolto le migliori
aziende di ingredienti composti che hanno realizzato ricerche e
raggiunto risultati già operativi (altri ne verranno) tali da indurre
l’intero comparto a darsi una mossa e a cercare di migliorare la
propria offerta.
A costoro va e andrà anche in futuro la riconoscenza di tutti e il
merito di avere fortemente valorizzato il gelato artigianale italiano.
Ci interessa quindi evidenziare che fra le aziende di ingredienti
composti è ormai in atto un percorso di ricerca per ridurre gli
additivi e per elevare il livello delle paste, delle polveri, delle
coperture e quant’altro: ciò vale per i gusti di tradizione e le paste
classiche, ma vale anche per i prodotti “velocizzanti” e per quelli a
dosaggi elevati.
Questo atteggiamento determinerà una accelerazione del miglioramento
della produzione e dell’offerta delle gelaterie e quindi una maggior
soddisfazione dei consumatori.
Ne deriva che l’ulteriore miglioramento dell’ingredientistica e della
qualità offerta dai locali di prestigio porterà con sé inevitabilmente
(sia pure con un certo gradualismo) anche il miglioramento degli
ingredienti (migliori materie prime, minori additivi) e della offerta
proposta da tutte le altre tipologie di locali, elevando la loro
capacità di utilizzo anche dei prodotti “velocizzanti” (che comunque
potranno a questo punto garantire un gelato più buono e con una
ingredientistica più pulita).
In poche parole, il futuro ci può portare a una situazione in cui chi
lavora bene lavorerà ancora meglio e coloro che sono un po’ “al di
sotto” o “molto indietro” avranno tutte le motivazioni per migliorare
sensibilmente (altrimenti perderanno sempre più clienti).
Gli ingredienti rivelano la qualità (oppure ne svelano i suoi
limiti)
Nello stilare la classifica dei locali migliori – medi – peggiori
nella rete territoriale conteranno inevitabilmente le conseguenze di
queste scelte : il buon nome e il successo di un locale (che
naturalmente è anche fatto di posizione, aspetto e arredo, pulizia,
cortesia, comunicazione, storia e tanto altro) si coniugherà con la
conoscenza di come lavora, con quale materie prime, (latte fresco e
panna o solo latte in polvere e grassi vegetali?), quali ingredienti
(Pistacchio di Bronte DOP o Pistacchio e basta? Nocciola Piemonte IGP
o semplicemente Nocciola? Limone di Sorrento IGP o genericamente
Limone? Frutta al 50% o in piccole percentuali? Cioccolato fondente e
i migliori cru di cacao o solo polvere di cacao?), con quanti additivi
(ha eliminato gli emulsionanti? e i coloranti artificiali? e gli aromi
artificiali?).
Naturalmente il “gruppo” risulterà assai sgranato, con i migliori che
tirano la volata e danno il ritmo, altri che si sforzano di stare al
passo e talvolta raggiungono e superano i primi, alcuni che fanno
fatica e magari si ritirano. La strada è comunque quella della qualità
e della genuinità. Tutto ciò spingerà verso percorsi virtuosi e
migliorerà progressivamente l’offerta, innalzando ulteriormente la
qualità del gelato artigianale italiano e il suo prestigio, con grande
gratificazione di tutti i consumatori, a cominciare da quelli più
competenti. |