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Amarcord Rimini
Trent’anni
fa, quando visitai la prima edizione del SIGEP, non potevo
certo immaginare che quel basso capannone blu avrebbe
partorito le mega strutture della nuova sede e una esposizione
internazionale di grandissimo prestigio e richiamo, diventando
il riferimento mondiale per il gelato artigianale italiano.
Questo sentito e doveroso riconoscimento non evita, però,
constatazioni realistiche sulla trentesima edizione, figlia di
una enorme crisi economica internazionale, nazionale,
settoriale: si notava l’assenza di molte aziende abitualmente
presenti e, soprattutto, era evidente la flessione dei
visitatori. Ciò valeva per la gelateria, così come per la
pasticceria e per la panificazione (visto che il Sigep le
raggruppa) e valeva nonostante un afflusso apportato dalle
numerose postazioni di caffè.
La crisi c’è
Non è il caso di “piangersi addosso”, ma neppure di evocare un
“ottimismo” a tutti i costi, che possono permettersi solo i
superficiali irresponsabili o chi naviga abitualmente nei
privilegi misconoscendo la realtà della gente che lavora. La
crisi c’è e si sente: anche il semplice consumo di un cono di
gelato (a maggior ragione di una coppa o di un semifreddo) va
ragionato per chi rischia il posto di lavoro o fa fatica a
pagare il mutuo. Non vale per tutti, ma vale per molti e la
cosa si riflette sugli incassi, fa saltare l’equilibrio costi
- ricavi, provoca (purtroppo) una pericolosa crescita di
impagati da parte di molte gelaterie. Rischia di provocare
anche una grave sottovalutazione della qualità del prodotto
finale, un suicida risparmio sulle materie prime e sull’ingredientistica
e ciò può causare una crisi della fiducia dei consumatori, che
potrebbero sospettare che la qualità del gelato artigianale
sia “non sempre certa” (e questo non è proprio il caso di
permettere che avvenga perché sarebbe una gravissima crepa nel
mito pluridecennale che circonda il nostro prodotto).
A spasso per i padiglioni
Non c’è troppa ressa (neppure lunedì, giorno di calca nelle
passate edizioni!) e ci si muove senza intoppi: mancano alcuni
stand e alcune aree sono vuote, mentre in generale le
strutture espositive appaiono meno faraoniche.
Anzi, quelle troppo pretenziose fanno a questo punto la figura
dei macchinoni e dei Suv dei “nuovi ricchi” che si esibiscono
anche nei periodi di magra e sviliscono l’immagine di chi li
ha voluti anche quest’anno, così come non danno certo tono le
poche residue vaschette pasticciate in alcune vetrine
espositive, patetico retaggio delle vituperate “vaschette
puttanone” (già più volte irrise in precedenti articoli per la
volgarità di un look da viados).
C’è ancora qualcuno che ha infilato fiori nel gelato senza
accorgersi di averlo trasformato in una specie di loculo
cimiteriale, poco distante da qualcun altro che ha esibito
addobbi carnascialeschi eccessivi e ridondanti: sono forse gli
ultimi sussulti di una lettura erronea di come esporre il
gelato artigianale italiano? Comunque, la riduzione dei
megastand (che inducevano molti gelatieri a sospettare
guadagni luculliani per le aziende), la quasi sparizione del
gelato pasticciato (e, con esso, delle montagne del gelato
caldo con la sua patinosità al momento della degustazione),
nonché la quasi scomparsa dei gusti inventati (quelli con i
nomi dei cartoni animati o corbellerie del genere, già
identificati come “gelati dei cretini”) sono belle notizie,
che confermano che la strada è quella di puntare sulla qualità
e sulla ricerca dell’eccellenza.
Per
la qualità: no agli eccessi Se non è una scelta di tutti,
è sicuramente una tendenza che si sta affermando e non possono
che rallegrarci: approfitto per invitare ancora una volta
tutte le “teste pensanti” del settore a unire gli sforzi per
questo obiettivo. Al posto delle cosidette “novità ad ogni
costo” diversi stand davano quest’anno un messaggio di ricerca
del miglioramento sui gusti classici: dalla nocciola tonda
gentile delle Langhe e dal Pistacchio puro di Bronte, il
discorso si è ampliato alla mandorla pura, al pinolo puro e
via di-scorrendo, mentre l’offerta di cioccolato si è
decisamente elevata (e anche articolata). Non c’è più la
spasmodica ricerca dell’immagine nuova, dell’effetto
pirotecnico, del “famolo strano”: si è capito che troppa
esposizione di gusti è burina (e fa temere che alcuni
invecchino troppo) e che piuttosto del gelato patacca è meglio
proporre due o tre tipi di cioccolato, una nocciola delicata e
una tostata…
Si allargano le frontiere dell’offerta
Si propone eventualmente qualche variegatura, oppure il miele
o l’utilizzo di latte di bufala (o di capra): del resto questi
stimoli possono talvolta essere motivo di allargamento delle
“nuove frontiere della gelateria”, come fu lo yogurt molti
anni fa e come stanno diventando le riproposte di salse calde
naturali su gelati e semifreddi o l’offerta di bevande fresche
e naturali con frutta e verdura frullata, mixata con yogurt o
quant’altro (sicuramente una opportunità di consumazione in
più, senza ledere la specializzazione del locale!). Lo stesso
vale per la riproposta degli “stecchi” in versione più
naturale possibile, gradevoli al gusto e alla vista e
portatori di quel miglioramento che avevano già raggiunto le
granite riproposte al naturale e con il mestolo, in
sostituzione di quelle tutte aromi e coloranti: anche questo è
un sicuro passo in avanti. Del resto la proposta di rilancio
di buone bevande calde al cacao ha partorito ottime e
articolate versioni di cioccolate (intriganti quasi come al
tempo degli illuministi francesi e del Cafè Procope) e non è
un mistero per nessuno che l’abbinamento del gelato
artigianale con la lavorazione del cioccolato (dai pezzi alle
praline, dai bicchierini agli stampi più o meno complessi) ha
moltiplicato il prestigio e il successo di molti locali. Sono
tutti segnali positivi, come del resto l’ulteriore
miglioramento delle basi (con sana riduzione di quelle con
grassi vegetali idrogenati), la crescita di validi
integratori, l’articolazione degli zuccheri, il tutto
supportato da incrementi informativi e formativi per innalzare
la professionalità degli utilizzatori. Peraltro se ho già
detto delle creme, è bene sottolineare che il gelato di frutta
sta facendo balzi in avanti, con utilizzo crescente di frutta
genuina e con ampio spazio a fruttosio e fibre vegetali per
valorizzare l’ingredientistica: è giunto il momento di
valorizzare molto di più lo spazio dedicato alla frutta, con
gli eccezionali risvolti di naturalità e di legame con
l’agricoltura locale. Se è vero che il gelato caldo è al
collasso, vale la pena di enfatizzare la miglior qualità dei
semifreddi e delle monoporzioni rispetto al passato, anche qui
con ostracismo verso i grassi vegetali idrogenati (e
conseguente apprezzamento da parte delle papille gustative del
consumatore). Annoto, di passaggio, che anche i molteplici
bicchierini trasparenti (pur gradevoli), che ci hanno riempito
gli occhi negli ultimi anni, cominciano a scemare perché hanno
un po’ stancato con la loro ossessiva onnipresenza. Per quanto
riguarda coni e cialde l’offerta è già molto articolata e si
punta sicuramente sull’alta qualità. Anche per contenitori in
carta o in polistirolo e per i diversi accessori l’offerta
delle diverse aziende italiane si è elevata in qualità e in
eleganza e non è necessaria una nuova ondata di novità, anzi
sarebbe forse motivo di confusione. Si torna insomma al
semplice, al genuino, ad una tradizione che sposa
l’innovazione, non per il puro sfizio della novità, ma per il
desiderio di qualità: l’eccesso non fa più tendenza, ma odora
di incultura, di scarsa sensibilità, di demagogia borgatara.
Quale è la nostra proposta?
Purtroppo devo soffermarmi su alcuni aspetti non gradevoli:
ovunque soft, sorbettiere e granitori, come se il SIGEP avesse
come target solo i nuovi acquirenti polacchi, ucraini,
orientali … Ritengo giusto coprire anche questa domanda
“bassa”, per poter far crescere complessivamente il comparto
iniziando a migliorare quello che c’è (e che spesso è proprio
cattivo): ma non ci possiamo appiattire su questo ed anzi
dobbiamo sempre proporre il nostro modello, il mondo e
l’atmosfera che caratterizza il gelato artigianale italiano e
che è la nostra vera forza, con tutte le aziende che lavorano
per questo settore. Se ci limitiamo a proporre camioncini con
il soft o chioschi più o meno bizzarri, non andremo lontano e
ci potrà bagnare il naso qualche cinese o indiano più veloce
(sia per le macchinette, sia per gli allestimenti, sia per le
miscele pronte elementari): ben altro è il discorso se tutta
la cultura del nostro sistema entra in campo con una
progettualità e una proposta vincente sul terreno della
qualità. Del resto non possiamo dormire sugli allori e bisogna
darsi da fare su tutti i fronti, anche su quelli considerati
fino ad ora “sicuri”. In esposizione c’erano, per esempio,
alcuni moduli di gelaterie da proporre soprattutto all’estero
e io stesso ho sempre insistito sul fatto che esse dovessero
rappresentare organicamente il mondo e l’atmosfera della
nostra proposta italiana, compresa la solarità mediterranea e
il primato di una esposizione mirata all’impulso. Mi devo
parzialmente ricredere: confermo che ciò vale in generale (e
vale dalle macchine, agli arredi, agli ingredienti composti,
ai coni, alla spatola, agli accessori), ma ho visto grandi
entusiasmi di operatori di Londra, di New York e di Tokyo per
moduli più sobri, con primato del tavolo e della degustazione,
con luci soffuse, con banchi a pozzetto e abbinamento con
caffetteria e infusi. Insistere in modo unilaterale sul solo
modulo precedente può essere un errore e può limitare la
penetrazione del gelato artigianale italiano in alcune
interessanti realtà.
Troppa pappa pronta
Mi pare qui necessario parlare ancora una volta della “pappa
pronta”, sicuramente senza criminalizzarla ma altrettanto
sicuramente senza angelicarla. Tra l’altro a fare la
differenza è soprattutto il buon senso accompagnato dal senso
della misura. Il dilagare delle basi liquide complete (a più o
meno lunga conservazione) non fa un buon servizio al gelato
artigianale italiano, anche se viene scritto in grande che
contengono latte e panna freschi: a maggior ragione è “al
limite” la scelta di una nota multinazionale di proporre basi
surgelate già confezionate per i singoli gusti (semplicemente
da far passare nel mantecatore ed esporre in vaschetta), per
una “catena” legata a un marchio noto dell’Ice Cream
industriale.
Sicuramente c’è il “passaggio produttivo” dell’uso del
mantecatore e sicuramente, come recita la pubblicità, si può
garantire che il prodotto sia sempre uguale a se stesso, ma
questo non legittima la qualifica di gelateria artigianale:
dove è finita l’artigianalità, la scelta degli ingredienti di
qualità, la ricettazione personale, la creatività e
professionalità del gelatiere?
Dove si distingue un locale dall’altro? La proposta è come
quella di andare in un ristorante per mangiare sughi pronti,
bastoncini di merluzzo e panna cotta viscida e seriale? Qui si
può aprire un dibattito che potrebbe facilmente degenerare in
rissa, fra i “duri e puri” (che terrebbero la mucca in
laboratorio e la fragolina di bosco nell’orticello confinante)
e i cosidetti “modernisti” (che rincorrerebbero ingredienti
OGM inquietanti, azoto liquido e computerizzazione spinta).
Scoppierebbero liti fra gli assertori di un rigido
“disciplinare” e i nemici di ogni regolamentazione… Per
carità, lasciamo perdere, perché non ci serve nulla di tutto
ciò e rischiamo divisioni e confusioni in una grottesca guerra
civile corporativa! Restiamo alla concretezza del buon senso e
con i piedi per terra: troppa pappa pronta non giova al gelato
artigianale, questo è certo e quindi richiamiamo l’attenzione
di tutti a limitare ogni eccesso di serialità, di
appiattimento, di non differenziazione fra una gelateria e
un’altra. Non cadiamo, però, in posizioni troppo settarie
contro tutte le diverse opzioni che si sono fatte avanti negli
ultimi anni e che spesso hanno portato anche risultati
positivi perché sono riuscite a convivere bene con la
continuità della lavorazione tradizionale, dell’artigianalità
creativa, della professionalità necessaria. I cremolati prima,
le basi in polvere complete poi, e i vari gusti in versione
sprint - speedy - flash… erano e sono nati soprattutto per
rispondere alle esigenze di razionalizzazione gestionale di
operatori impegnati su molti fronti di offerta e con necessità
di scegliere soluzioni adatte a raggiungere per ogni gusto e
specialità l’opzione più compatibile, senza però mai
rinunciare all’interpretazione creativa. Se ne fa un grande
utilizzo (a volte troppo), soprattutto in tipologie di locali
misti o con diversi flussi di passaggio e, comunque, questo
uso è coniugato con molteplici fronti di produzione ad elevata
artigianalità e a ricerca costante di risultati di qualità.
Queste lavorazioni non sono, quindi, se usiamo i parametri del
buon senso e del senso della misura, identificabili con la
“pappa pronta” delle miscele surgelate delle “catene
fotocopia” e non è proprio il caso di fare di tutte le erbe un
fascio.
Informazione e formazione
In molti stand del Sigep si è dato spazio a conferenze,
spiegazioni, dibattiti con maestri gelatieri e tecnici e
questa è una buona cosa, che fa il paio con il moltiplicarsi
di giornate dimostrative e corsi di formazione promosse da
molte aziende di ingredienti composti, di macchinari, di
distribuzione specializzata nelle diverse aree territoriali
del nostro paese. È una cosa che farà in ogni caso bene al
settore, soprattutto se non sarà appiattita sull’autoreferenzialità:
informazione e formazione devono essere aperte e libere e non
a senso unico. Ben vengano, comunque, iniziative di formazione
promosse dai grandi maestri della nostra tradizione gelatiera
e magari, anche da alcuni loro emuli di più giovane età: fiere
e riviste dovrebbero fare molto di più per valorizzare queste
potenzialità e fare circolare ampiamente i relativi materiali.
Del resto credo che già sull’elementare tema dell’informazione
ci sia molto (anzi moltissimo) da fare. C’è da dire che
televisioni e quotidiani parlano ancora pochissimo di gelato
artigianale italiano e quasi sempre a sproposito, perché
schiavi del sensazionalismo e quindi delle peggiori baggianate
per quanto concerne novità o gusti emergenti. Il Sigep è
sicuramente una occasione che ci permette un po’ di
visibilità, ma anche quest’anno non c’è di certo stato un
pericolo di sovraesposizione: fiere, riviste, associazioni
delle aziende, associazioni dei gelatieri dovrebbero avere
almeno obiettivi e programmi comuni e condivisi per parlare e
far parlare di gelato artigianale italiano, parlarne bene e
parlarne il più possibile.
Un incontro unitario
C’è la buona notizia, dopo tanti anni, si sono riunite insieme
varie associazioni di gelatieri. Si doveva parlare del marchio
Sistema Gelato Italiano e della costruzione della rete
territoriale (rimando ai miei articoli sull’argomento - ndr),
ma nella prima riunione non è stato possibile farlo e
serviranno i necessari approfondimenti: è però emersa la
volontà comune di riprendere il dialogo e di unirsi su alcuni
essenziali punti condivisi per valorizzare il gelato
artigianale italiano. Le passate esperienze dovrebbero aver
insegnato a tutti che non giovano protagonismi di una
componente contro l’altra, così come non aiutano le posizioni
unilaterali e ideologiche: è per questo che l’incontro ci
sembra una buona notizia, se nessuno sarà così stupido da
“rovesciare il tavolo” senza motivo.
Gelato in tavola
Desidero concludere plaudendo all’iniziativa promossa dal
Co-gel (lo stesso che promuove la Coppa del Mondo, altro
stupendo stimolo al nostro settore), abbiamo sempre
sottovalutato le grandi opportunità del gelato nella
ristorazione, anche se il settore nel corso degli anni ha
promosso su questi aspetti incontri, convegni, concorsi,
assaggi, degustazioni, articoli, libri. C’è uno spazio enorme
e non riguarda solo l’introduzione capillare di sorbetti,
gelati al piatto, semifreddi, in ogni livello di ristorazione,
a partire dalla più elevata. Per esempio a Rimini c’erano otto
squadre nazionali, composte da chef e gelatieri, che si
sfidavano su menù che coniugavano in ogni portata cibo e
gelato (antipasti, primi, carne, pesce, formaggi, verdure,
vini, liquori…): si sfidavano a livelli elevatissimi, dopo
essersi preparati per un intero anno. Ha vinto la squadra
italiana, ma anche le altre hanno dato stimoli e contributi
validissimi. Di queste cose bisogna parlare, far parlare i
gelatieri e i ristoratori, farle conoscere ai consumatori.
Anche le foto, le ricette, i menù devono girare ed essere
conosciuti. È uno dei modi giusti per comunicare, per entrare
anche sulle pagine gastronomiche dei quotidiani e dei
periodici. Si possono promuovere degustazioni e incontri, si
possono fare conferenze. È cultura, è diffusione della
gastronomia gelatiera, è uno dei modi possibili e concreti per
costruire le reti territoriali del gelato artigianale
italiano.
Considerazioni finali
Anche il nostro settore attraversa inevitabilmente la
difficoltà della crisi generale e tutti noi dobbiamo fare il
possibile per limitare i danni. L’aspetto principale è tenere
alta la qualità e la ricerca dell’eccellenza: sottolineare l’artigianalità,
la creatività, la genuinità e freschezza del gelato
artigianale e di tutto il suo mondo, la sua atmosfera. La
comunicazione verso tutti i consumatori, anche attraverso
tutti i media, è fondamentale e non deve essere sottovalutata:
fiere e riviste possono concentrare impegni e sforzi per una
quotidiana azione di comunicazione, con il supporto di tutti i
gelatieri e di tutte le aziende del settore. Iniziative come
“Gelato in tavola” o la “Coppa del Mondo di Gelateria” servono
come occasioni di ulteriori pretesti comunicativi, ma devono
poi essere lungamente gestite in tutti i risvolti informativi
e formativi, per evitare di ridursi a episodi senza
prospettive. Le diverse componenti dei gelatieri a livello
nazionale, insieme alle associazioni delle aziende produttrici
di attrezzature e di ingredienti composti, e insieme a fiere e
riviste, possono ora abbracciare semplici obiettivi prioritari
condivisi, soprattutto sul piano della comunicazione e sul
piano della formazione degli stessi operatori. Verso una
globalizzazione mondiale verso il mercato internazionale il
nostro settore deve mostrarsi unito nell’affermare ciò che
intendiamo concretamente per gelato artigianale italiano. Un
salto di qualità può essere fatto, in ciascuna area del nostro
paese, costruendo le reti territoriali, centrate sull’esempio
e sulla forza trainante delle gelaterie di riferimento, siano
esse locali tradizionali di alto profilo, oppure gelaterie
specializzate di massa, oppure locali misti con corner
specializzato, tutti comunque protesi a far vivere il richiamo
prestigioso della qualità artigianale, delle specialità
creative, della genuinità. Questi gangli della rete supportati
dall’intera filiera del settore (dal latte alle altre materie
prime, fino all’ultimo degli accessori e dai distributori
specializzati) impareranno sempre più a organizzare eventi ed
iniziative utili a coinvolgere istituzioni e media, a parlare
e a far parlare di gelato artigianale italiano. Il resto lo
farà spontaneamente il passa-parola, sarà il messaggio
positivo degli stessi consumatori soddisfatti e fidelizzati,
che avranno il gusto di invitare altri a condividere il
piacere di gratificanti genuine consumazioni. Certo bisogna
crederci fino in fondo e, soprattutto, ci aspettiamo grandi
slanci di passione e orgoglio professionale.
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