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Il gelato è ancora amato?
Non ci si può certo
innamorare delle vaschette agghindate come “viados” o
del gelato dei puffi: l’amore ha bisogno di qualità
costante e tanta dedizione
Provengo
da una famiglia di produttori di coni e, fin da piccolo, ho
vissuto in questo mondo un po’ strano, fatto di dolci richiami
quasi da favola ma anche di duro lavoro quotidiano per
realizzare un prodotto eccellente (tempo “meteorologico”
permettendo).
Ho inevitabilmente una sensibilità acuita verso il “sentire”
della gente nei confronti del gelato artigianale e si è
ulteriormente affinata negli ultimi decenni dedicati al ruolo di
“opinionista” del settore e alla gestione delle mie attività
rivolte a questo mercato.
Frequento ambienti diversi, per relazioni familiari di più
generazioni, per rapporti di lavoro molteplici, per l’intensa
attività che svolgo nel mondo del volontariato, e da questo
osservatorio privilegiato colgo necessariamente letture
sociologicamente significative e micro-spostamenti che possono
passare inosservati ad altri.
Ciò avviene anche parlando di gelato, perché anche quando sto
facendo qualcosa d’altro sono pur sempre me stesso, quella
persona che nella sua quotidianità e complessità si occupa di
più fronti e quindi i miei interlocutori interagiscono con me su
più aspetti.
Ebbene, ai lettori di questa mia rubrica devo esternare una
certa inquietudine per il calo di affettività verso il gelato,
un latente calo di interesse simile a quello che si manifesta
nelle coppie lungamente affiatate, ma che rischiano la crisi se
non sanno cogliere le difficoltà e agire su di esse per
rilanciare il rapporto d’amore.
Ciò avviene a livello di massa, come se si fosse offuscata
parzialmente l’immagine positiva di cui il gelato artigianale ha
goduto per decenni, identificandosi addirittura con “il
piacere”, simboleggiando gioia, qualità, freschezza e genuinità.
Poi l’impetuosa proliferazione di gelaterie più o meno
qualificate, la moltiplicazione spesso dissennata di gusti
stravaganti e innaturali, la progressiva confusione con l’ice-cream
industriale, l’esibizionismo esasperato di quelle eccessive
montagne di gelato pasticciato in quelle che ormai chiamo
“vaschette puttanone”... hanno evidenziato crepe e dubbi nel
monolitico consenso precedente.
Ed è significativo osservare cosa è successo fra coloro che a
volte con i loro comportamenti e le loro indicazioni determinano
anche consistenti mutazioni nei consumi, perché il rischio di
disamoramento di massa ha una sua significativa causa
nell’interesse calante degli opinion-leader.
Nei referenti di opinioni favorevole e creatori di passa-parola
positivo si nota un certo disagio nell’osannare quella tal o
talaltra gelateria e quel gusto o specialità particolarmente
riuscita: sembra quasi che si affacci il timore di dare
un’indicazione a rischio (cioè a rischio di qualità non
ineccepibile e quindi a rischio per la rispettabilità di chi ha
espresso l’indicazione).
Vuol dire che il buongustaio riconosciuto, l’intellettuale
curioso e un po’ gaudente e giocoso, il ricco di consolidato
lignaggio... non si fidano più del loro gelatiere di fiducia e
di quel gusto che tanto amano? No, vuol dire che il contesto
dell’insieme delle gelaterie e dei loro gusti più o meno
riusciti crea imbarazzo e frena l’esplicitazione del consiglio,
come se si trattasse di indicare un buon indirizzo ma purtroppo
all’interno del quartiere a rischio.
E allora se ne parla un po’ meno, se ne parla sottovoce: il
consumo non viene ostentato nè viene consigliato, ma ciò, a
caduta, determina oscuramento e si riflette negativamente sul
“sentire” di massa e sui consumi.
Il consumatore di massa, a sua volta, non viene sollecitato
dall’esempio del testimonial e dal desiderio di immedesimazione
nei modi e negli stili di vita: non legge il piacere della
degustazione nel sorriso del suo mito e non lo sente dire
meraviglie del gelato artigianale, perciò non ne parla bene
neppure lui e si dimentica talvolta di consumarlo.
Ma, in questo groviglio, qual è il bandolo della matassa?
Non è certo possibile ipotizzare che esistano solo gelaterie di
alta qualità, così come non esiste solo una ristorazione di
certificata eccellenza: le offerte sono varie e il consumatore
può trovare di tutto, dal pessimo al sublime. La dura selezione
della concorrenza e la conseguente fuga dei consumatori dai
locali più tristi e dai gelati scadenti accresceranno la
visibilità e la frequentazione delle gelaterie di medio e di
alto livello: quelle “medie” faranno il loro dignitoso e utile
lavoro di “portatori d’acqua” al grande bacino di utenza del
buon gelato artigianale, ma quelle “alte” saranno (e devono
essere) il potente motore della comunicazione positiva, il
rilancio del passa - parola virtuoso, il motivo di esporsi
nuovamente anche per i creatori d’opinione.
Allora sta a noi tutti valorizzare al massimo questi riferimenti
e aiutare alcuni locali, alcuni gelatieri, alcuni gusti e alcune
specialità ad essere sublimi oggetti di desiderio.
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