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Da gustare o per stupire
La
comunicazione sul gelato artigianale è molto carente e, quando
c’è,
è appiattita su alcuni luoghi comuni.
Purtroppo la comunicazione sul gelato
artigianale è molto carente e, quando c’è, è appiattita su
alcuni luoghi comuni o sulla esasperazione di alcuni aspetti
effimeri o devianti, come le finte ed esasperate novità.
Ero certo che il mio articolo “Novità e miglioramento non sempre
coincidono”, pubblicato sul numero di marzo, avrebbe determinato
un certo trambusto e, con piacere, ho ricevuto decine di
telefonate e lettere di condivisione, di complimenti, di
sollecitazione a continuare: naturalmente ho incassato anche
qualche mugugno e qualche maledizione da chi non ha saputo o
potuto non riconoscersi nei “siparietti” svelati fra le righe.
COSA COMUNICHIAMO?
Questa volta non ritorno direttamente sulle “vaschette paciugate”
né sulle “novità ad ogni costo” (matrici di gusti di gelato poco
credibili e quasi irriconoscibili), perché mi pare di avere
sufficientemente evidenziato questo aspetto e le sue tendenziali
conseguenze nefaste: desidero, invece, sottolineare che anche da
questa angolazione di lettura della realtà del settore emergono
gravi responsabilità su come si sviluppa la comunicazione sul
gelato artigianale, enfatizzandone una immagine schizofrenica.
Un prodotto che ha radici profonde nell’immaginario collettivo
con riferimenti alla genuinità, alla bontà, ai sogni, alla
gioia, alla convivialità, se esaspera gli aspetti di pura
apparenza e novità ad ogni costo crea un effetto boomerang
negativo.
Ho sempre denunciato il fatto che del nostro prodotto si parla
poco e che ci vorrebbero campagne di informazione e
comunicazione ben strutturate, possenti, unitarie: purtroppo i
percorsi di costruzione di obiettivi e strategie comuni sono
stati tutti rallentati, travolti e bloccati dalle remore e
arretratezze delle diverse componenti, con veri e propri veti
incrociati e “tiri al piccione”, ricadendo in sussulti
scoordinati di singoli comparti o all’interno di singoli
comparti (produttori di semilavorati, di coni e contenitori, di
accessori, di macchine, di arredi; distributori; diverse sigle e
raggruppamenti di gelatieri; fiere e riviste...).
SE NE PARLA POCO E MALE
Per questi motivi si parla poco di gelato artigianale e si
continuerà a parlarne poco: purtroppo se ne parla anche male.
Non nel senso di denigrarlo (cosa, per fortuna, ormai abbastanza
superata, se non per qualche residuo episodio sgradevole e
sgradito), ma nel senso di parlarne con frasi fatte e luoghi
comuni, con prevedibile cadenza (solo all’avvio di stagione o
nelle stanche pagine estive), con notizie “sparate” (tanto per
allertare la curiosità).
Se faccio un gelato al sushi di pesce crudo (tanto per citare un
mio incubo), se ne parla e se ne parla se faccio un gusto
nero-Fini o rosso-Bertinotti, o se lo spalmo sulle natiche e
dico che fa bene alla cellulite: ma siamo sicuri che questo
“parlarne” fa bene al gelato artigianale, all’apprezzamento
delle sue vere qualità d’eccellenza, al consolidamento dei suoi
consumi?
I gusti mutuati dall’industria o collegati ai personaggi dei
cartoni animati giovano al presente e al futuro del nostro
prodotto o lo appiattiscono in un indistinto calderone in cui si
mescolano hamburger - sushi - pinzimonio - gelato e cotillon?
BIO PER TUTTI?
Se il giornalista deprofessionalizzato ci sollecita un pezzo
alla moda sul bio, dobbiamo per forza sbragare e giurare che ne
facciamo tanto, che è buonissimo, che è “richiestissimo” e che è
molto artigianale?
È meglio dire che per essere veramente bio-certificato, deve per
forza essere fatto con mix preconfezionati di certificata
serialità industriale, senza alcun apporto della professionalità
e creatività artigianale.
Ed è anche meglio confessare che è poco richiesto e soprattutto
dai non intenditori.
Diamine, bisogna avere il coraggio di non avallare castronerie e
sdolcinati luoghi comuni, così come bisogna avere il coraggio di
dire agli amici affetti da celiachia che possono gustarsi, se
vogliono (e se il loro gelatiere garantisce un processo
produttivo esente da qualsivoglia contaminazione incrociata), un
buon gelato nel bicchierino di carta, senza rovinarsi il piacere
con un poco gratificante cono senza glutine: il buon cono è nato
per valorizzare il buon gelato e non per deprimerlo e, se deve
correre il rischio di non valorizzarlo, deve avere il coraggio
(in quel caso e solo in quello) di cedere il passo
all’alternativa cartacea.
Talvolta dietro alla presenza del bio o del cono senza glutine
non c’è nessuna credibilità e nessuna sensibilità al problema,
ma solo tanta superficialità e un puro rendiconto di immagine
modaiola.
APPARENZA E REALTA’
Qualche “creativo” di qualche ufficio di pubblicità o del
marketing ci potrà decantare gli effetti di “ritorni
promettenti” di un eventuale gelato al parmigiano reggiano e
ciascun lettore è naturalmente libero di crederci e di aderire
alla proposta: si abbia, però, il buon senso e il buon gusto di
non confondere la parte con il tutto, di non enfatizzare la
notizia e di non ricamarci sopra (trasformandola in falsa
notizia).
Se la neo star del Grande Fratello mette le mutande sopra i
calzoni, ne prendiamo atto (per quel che ce ne può fregare), ma
non proponiamo ciò come la tendenza che caratterizza la moda
italiana nel mondo!
CHIARIMENTO SULLE NOVITA’ E CONSIGLI PER GLI ACQUISTI
Il novanta per cento dei lettori sa che chi scrive queste righe
non è certamente un parruccone retrogrado nemico del progresso,
ma è proprio colui che si è battuto per la modernizzazione del
nostro settore, sia dalla scrivania di giornalista -
opinionista, sia dalla postazione occupata come produttore di
coni ed accessori, sia dal ruolo di referente dei distributori
specializzati.
Cito solo le battaglie più significative di cui sono stato
interprete su questa rivista, dalla prima inchiesta con
questionario conoscitivo della realtà delle gelaterie in Italia
a metà degli anni ottanta, fino alla sequela di interventi sulle
“nuove frontiere della gelateria” all’inizio degli anni novanta
(con indicazioni a tutto campo che hanno cambiato il modo di
intendere il gelato e la gelateria, l’immagine e l’atmosfera, il
servizio e la comunicazione con il consumatore: da allora e
grazie a quelle aperture si è affermata una concreta e palpabile
trasformazione dei nostri locali).
Con queste credenziali, credo di essere autorizzato a esprimere
le mie osservazioni senza censure e senza compromessi.
Ancorato alla qualità e alla tradizione ma al di fuori della
innovazione, il comparto del gelato artigianale sarebbe
asfittico e decadente e c’è stato un periodo in cui ha rischiato
di diventarlo veramente: basta pensare ad alcuni locali che
erano rimasti come le tristissime latterie degli anni cinquanta
o ad alcuni “rappresentanti” delle diverse componenti che
potremmo definire pittoreschi o naif ...
Le caotiche vicende del boom e della prolungata espansione del
nostro prodotto sono state la base strutturale del rinnovamento
e si sono portate appresso grandi positive novità e anche grande
confusione ed inevitabili errori. Per merito e per fortuna,
siamo riusciti a non perdere del tutto l’orientamento (la
trebisonda): lavorando sulla dialettica tradizione-innovazione,
abbiamo attraversato onde e cavalloni, salvaguardando i
riferimenti essenziali della qualità - creatività -
professionalità e quello dell’atmosfera tipica della gelateria
(mix di arredo, servizio, cortesia, familiarità, curiosità,
sogni, piacere...), pur ampliando l’offerta di gusti e
specialità e pur allargando le proposte alle “nuove frontiere”
(semifreddi, monoporzioni, bocconcini, granite, yogurt, frutta a
pezzettoni, mousse...)
Alcuni gusti novità si sono imposti prepotentemente e sono
diventati essi stessi dei classici, alcuni sono transitati con
successo stimolando la curiosità, alcuni hanno occupato nicchie
salutiste e interessanti: ciò è molto positivo e continuerà
senza dubbio a dare stimoli al settore e ai consumatori, sempre
e solo se di buon livello qualitativo.
Altri gusti o specialità, quelli che sono “novità ad ogni
costo”, si sono confermati per quello che sono, cioè in
maggioranza bufale e paccottiglia: spesso solo nomi mutuati
della peggior TV o dai cartoons o dall’industria serializzata,
spesso figli abortiti della più recente ed effimera moda
alimentare, spesso con colori e sapori indefinibili e
discutibili, spesso creati in laboratorio (chimico e/o di
marketing) solo per ancorare una promozione con super - sconto e
super - dono per allocchi.
CONCLUSIONI
Credo che sia giunto il momento di dire che queste novità -
patacca devono sparire. Mi auguro che i produttori di
semilavorati interrompano l’insana gara a chi ne sforna di più.
Sarebbe bello se in futuro prevalesse la considerazione che chi
ne sfornerà ancora vincerà il premio della peggior volgarità, il
gelatiere che li esporrà vincerà un viaggio premio in zona
zanzarosa da bonificare e il consumatore che li sceglierà verrà
additato al pubblico ludibrio come “consumatore incolto e
barbaro”.
Esagero volentieri, perché mi sembra evidente che tengo troppo
alla salvaguardia delle caratteristiche e dei punti di forza del
gelato artigianale: su questo vanno compattati tutti gli
operatori e ci vuole una possente ripresa della comunicazione,
capace di rilanciare il binomio tradizione - creatività, insieme
a quello qualità - piacere.
Ce la possiamo fare, ma dobbiamo togliere di torno tutto ciò che
sporca l’immagine del gelato artigianale e rovina l’atmosfera
della gelateria.
Tornando al mio precedente articolo, ringrazio tutti coloro che
lo hanno apprezzato, ma chiedo di passare dalle parole ai fatti:
via le “vaschette paciugate” e via i gusti caciaroni e finti.
Ben vengano le novità (ma senza eccedere, neppure in quantità)
quelle vere e di buon livello, e si coniughino con i gusti di
tradizione.
La strada della qualità e della ricerca dell’eccellenza chiede
coerenza nelle scelte di valorizzazione del gelato artigianale.
Buon lavoro.
Arnaldo Minetti
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