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Ma lei non sa chi sono io
L’ice-cream industriale cerca di accreditare un’idea di sé
assolutamente non corrispondente alla realtà. Ci cascano gli
allocchi, ma ci possono cascare anche gelatieri e consumatori
non preparati.

L’ice-cream industriale ha scomodato i “peccati capitali” e
successivamente i “cinque sensi” per evocare il fascino del
proibito e del piacere: ci ha anche proposto una “tiratura
limitata” per illudere sull’esclusività (qualche milione di
pezzi, per non esagerare!).
Qualche spot sottintende orgasmi incontenibili…
Piacere, peccato, trasgressione, esclusività: sono questi i
requisiti ricercati dal consumatore?
GELATO BOLLENTE?
L’ice-cream industriale ce la sta mettendo proprio tutta e non
sono esclusi futuri ipotetici abbinamenti con viagra e
profilattici: la tendenza, sia pur recente (in sostituzione dei
due tenerissimi bimbi che si abbracciano, guardando il mare e
consumando un cornetto), non stupisce e si allinea alla marea
montante della pubblicità spazzatura di seni e deretani
sbordanti utilizzati per vendere auto - cellulari - orologi -
profumi - detersivi - deodoranti.
Prima o poi passerà anche questa moda e riscopriremo il piacere
di un erotismo vero e ruspante, non usato a sproposito: e qui lo
sproposito è grande ed è mutuato in modo un po’ becero e
acritico dalle campagne sul cacao e il cioccolato, identificati
ormai come altamente erotizzanti (per il momento ciccia,
brufoli, acidità sono stati rimossi, ma potete scommetterci che
qualcuno li riscoprirà, nei corsi e ricorsi inevitabili di
queste chiacchiere mediatiche).
Purtroppo sia la pubblicità sia la comunicazione si
appiattiscono sempre di più su luoghi comuni che hanno la stessa
funzione dei tormentoni estivi che periodicamente ci rimbombano
nel cervello con martellante ripetitività: si creano miti
transitori e argomentazioni più o meno inconsistenti a sostegno
ora del bio ad ogni costo, ora della dieta mediterranea, ora
della magrezza semianoressica, per poi sostenere l’indomani gli
ogm, l’abolizione della pasta o la rotondità muliebre.
Sarà forse un adeguarsi ai politici di ultima generazione che
oggi esaltano l’euro e domani rivogliono la lira o che chiamano
riforme quelle che contenutisticamente sono vere e proprie
controriforme?
Ma torniamo ai requisiti del prodotto che ci sta a cuore, ai
suoi valori.
Che fine ha fatto il gelato agognato dai bimbi, l’iconografia
del tanto atteso “carrettino”, la gelateria molto familiare con
il gelatiere buono e pacioccone, i ricordi delle passeggiate
leccando il gelato e chiacchierando di cosa faremo da grandi?
Il mondo del gelato artigianale, l’atmosfera di gioia e
curiosità evocata dalla gelateria, l’acquolina in bocca
pregustando i sapori delle specialità esposte in vetrina… che
fine hanno fatto?
IL PIACERE
La colpa è un po’ anche nostra: alcuni anni fa, dalla prima
grande ricerca di mercato commissionata dal settore del gelato
artigianale (produttori di semilavorati e di macchine,
distributori specializzati, gelatieri, fiera di Rimini) ad una
grande agenzia, risultò che i consumatori identificavano il
nostro prodotto con il piacere.
Si badi bene: non con un piacere qualunque, ma con “il” piacere.
Da qui la confusione tutta italica: il gallismo mai sopito ha
fatto una equazione elementare e cioè piacere uguale sesso ed
eccoci invasi da “culi e tette” anche parlando di gelato.
L’equivoco di fondo è che “il” piacere era riferito al prodotto
artigianale e non al generico “gelato”, ma su ciò gli esperti
rampanti della comunicazione industriale preferiscono glissare.
E allora, sotto con i richiami al sesso!
O meglio ciò vale per un gelato particolare, l’ice-cream
industriale, che è sicuramente freddo - gelato, ma che non
possiede le peculiarità del gelato artigianale: non può
fregiarsi delle caratteristiche della freschezza perché non è
prodotto hic et nunc nel laboratorio annesso alla gelateria;
neppure ha le caratteristiche della creatività artigianale
perché può solo essere programmato con la serialità della catena
di montaggio; non ha neppure quelle dell’ingredientistica fresca
e genuina, perché latte - panna - frutta non sono certo i suoi
ingredienti più tipici ma vengono (se ci sono assai dopo il
latte reidratato e i grassi vegetali.
SESSO GELATO
Nella semplificazione da presa per i fondelli a cui ci ha
abituato la TV con i suoi dibattiti gridati e smargiassoni e a
cui ci hanno costretto i nuovi politici d’arrembaggio che oggi
dicono una cosa e domani il contrario, non ci stupisce che i
teneri bimbi con il gelato abbiano lasciato il passo a una orgia
di assatanati, pur di dare ad intendere al potenziale
consumatore un po’ stupidotto che se il gelato è il piacere,
allora il prodotto confezionato dell’ice-cream, nel suo percorso
ad ostacoli dal reparto - al tunnel di indurimento - alle celle
- ai camion refrigerati - ai freezer dei supermercati te lo
scodellano già imbustato come il condom (magari a “tiratura
limitata”) ed evocherà sogni erotici con sequenza di spot da
mille e una notte…
Non sono nuovi a queste trovate: ai loro inizi, quando l’ice-cream
nascente era proprio cattivello, si inventarono che andava messo
in un cono arrotolato con il 35% di zucchero, così il gusto
prevalente diventava quello dolciastro che veniva dal cono, che
poi con il tempo si è abbinato a copertura e noccioline oppure a
topping ed amarene (copri tu che copro anch’io).
È anche questo uno dei motivi per cui diffidiamo sempre dei
locali che espongono e offrono una marca di coni arrotolati
inghirlandati con coperture e granellature: cosi si copre il
gusto del gelato e non si capisce più cosa si sta mangiando e si
soddisfano solo le pretese mangerecce dei nuovi barbari in tuta
e canottiera.
Lo stesso discorso vale per quei gusti pasticciati, ormai
difficilmente distinguibili l’uno dall’altro, dai nomi che non
fanno riferimento a sapori ma a cartoni animati, film,
biscottini industriali: forse è il caso che i gelatieri
riflettano bene su questo aspetto che li omologa al non-gelato e
li priva di tutto ciò che invece li dovrebbe caratterizzare (e
che l’ice-cream industriale ha sempre cercato di copiare e
catturare, fino ad impadronirsi di nomi e simboli storicamente
patrimonio del gelato artigianale).
In gelateria, nel tempio del gelato artigianale (realizzato qui
e ora), non si cerca di coprire o di camuffare un difetto o un
limite del prodotto: ci si impegna per realizzarlo nel migliore
dei modi, per conquistare l’eccellenza, il favore e la fiducia
del consumatore.
A noi, quindi, va bene non cercare di coprire i limiti eventuali
del gelato con qualche sapore o variegatura più forte:
preferiamo mettercela tutta perché sia veramente buono, fatto
con cose buone e di qualità, con ricette consolidate e ricercate
nel connubio tradizione - innovazione, con l’estro creativo
dell’ispirazione e della professionalità, con processi
produttivi di moderna tecnologia ma non serializzati, con
esposizione e consumo che valorizzano la freschezza ed esaltino
la voglia.
LA VOGLIA
Ecco: “il” piacere ce lo prendiamo con gioia, con la
soddisfazione di saper ancora cogliere e godere piacere e
piacere, coltiviamo la nostra voglia, che è grande perché è
cultura del gelato, costruita attraverso le generazioni e sempre
rinnovata.
Si parte da un dato di fatto: la gelateria, il gelatiere,
l’atmosfera, il modo e i tempi di produrre - esporre - vendere,
il prodotto che nasce da tutto ciò… sono non riproducibili a
livello seriale ed è inutile imbellettare l’immagine dell’ice-cream
industriale per farla sembrare seducente e peccaminosa e per
“tentare” il consumatore.
Si rischia il grottesco, come quelle attempate maitresse
incipriate e con carni dilaganti che hanno trasformato in incubi
i sogni erotici di focosi frequentatori di postriboli: si crea
l’attesa di qualcosa che non c’è e si sprofonda nel baratro.
Il gelato artigianale, invece e al contrario, deve valorizzare
le sue peculiarità e sottolineare tutto ciò che lo caratterizza
e lo distingue.
Evitiamo di confonderci con un competitor industriale che è
un’altra cosa, che deve semplificare i suoi messaggi e farli
deviare sui terreni in cui serialità e pubblicità possono
sovrapporsi ai valori reali (o almeno possono tentare di farlo).
Non scimmiottiamo le loro trovate, i loro paciughi da
variegature coprenti, il loro modo di proporsi: rischieremmo la
farsa ed è bene che lo diciamo con chiarezza a quella componente
di gelatieri improvvisati che rincorre imitazioni fintamente
innovative e moderniste ma un po’ patetiche (spalleggiati da
qualche grossista un po’ incolto e un po’ buzzurro e da qualche
produttore di semilavorati affetto da delirio di onnipotenza
nella ricerca della novità a tutti i costi).
Con ciò non si vuole fermare l’innovazione, ma si vuole
sottolineare ancora una volta che il vero progresso è quello che
conduce a miglioramenti reali: altrimenti è un finto progresso,
dipinto demagogicamente come tale, ma apportatore di
peggioramenti e disavventure.
Non c’è nulla di peggio dei reazionari che si travestono da
riformisti!
Restiamo con i piedi per terra, anzi nel nostro mondo, il
“mondo” e l’atmosfera della gelateria artigianale che è
giustamente radicato nell’immaginario collettivo e che ha fatto
del gelato artigianale uno dei simboli del “made in Italy”
nell’intero pianeta: in questo “mondo” si coniugano giustamente
tradizione e innovazione.
Arnaldo Minetti
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Prezzi pazzi
Abbiamo chiarito più volte che il buon gelato artigianale
non può costare cinque euro al chilo, ma neppure venti.
Chiariamo anche che ci pare assurdo che in alcune
gelaterie siano spariti i coni inferiori a due euro.
Torno ora sull’argomento, vuoi per le inevitabili
connessioni con le problematiche esasperate dalla crisi
recessiva e dalla caduta del potere d’acquisto della larga
maggioranza degli italiani, vuoi per i numerosi articoli
su quotidiani e rotocalchi a proposito degli aumenti del
prezzo del gelato.
Ho usato il termine generico “gelato”, perché la questione
riguarda sia l’ice-cream industriale nei supermercati sia
il gelato artigianale. Se è vero che alcune vaschette di
ice-cream industriale nei supermercati sono state offerte
a prezzi stracciati, è parimenti vero che gli articoli
industriali da passeggio hanno avuto impennate
“vertiginose”, se confrontiamo i prezzi con quelli in
vigore con la lira.
Evidentemente questa politica del “doppio binario” da
parte dell’industria tende ad allinearsi per il
confezionato ai pesanti aumenti che i consumatori hanno
denunciato per molti altri articoli e settori, mentre fa
leva sui prezzi stracciati per occupare massicciamente il
mercato del consumo domestico.
Anche nel caso del gelato artigianale, le critiche si sono
moltiplicate, dando il via a uno strisciante malcontento,
che non è certo un segnale positivo, e possono essere così
sintetizzate: i coni da un euro sono pressoché spariti e
la stessa sorte sta colpendo quelli da 1,20 e 1,30; la
fascia da 1,50 regge, ma comincia a essere rimossa; spesso
non si trovano coni inferiori ai due euro, accompagnati
sempre da altre opzioni più care.
Nella rubrica delle lettere di un quotidiano locale, ho
addirittura scovato una lettera di una consumatrice che si
complimenta per l’onestà di un gelatiere di un paese semi
- turistico di montagna che offre il cono ad un euro (per
intenderci le vecchie duemilalire): la cosa fa sorridere,
perché nel 2001 il cono più diffuso era quello da
millecinquecentolire! Forse vale la pena di sottolineare
che il cono da 1,50 vale circa tremila vecchie lire,
quello da 2 euro ne vale quattromila, quello da 2,50
cinquemila e via discorrendo, in una progressione che
evidenzia un baratro fra il prima e il dopo euro.
Uso sempre la dizione “cono” perché è la consumazione più
diffusa, ma è ovvio che lo stesso discorso vale per i
bicchierini.
Procedendo nella penisola da nord a sud, il discorso ha
notevoli sfaccettature e addirittura in alcuni paesi e
quartieri periferici reggono ancora prezzi assai più
contenuti, escludendo però il centro delle grandi città e
le località turistiche.
D’altro canto, anche al nord, basta talvolta superare il
confine tra due province limitrofe per imbattersi in
prezzi molto diversi, a testimonianza che “regna un grande
disordine sotto il cielo”.
Tutto ciò vale anche per il prezzo del prodotto d’asporto,
che ha pesantissime variazioni fra differenti aree
territoriali e non solo per differenti tipologie di
locali.
Va sottolineato e ribadito che una piatta demagogia
ribassista è fuori luogo e purtroppo il gelato artigianale
paga lo scotto di quotazioni pregresse troppo schiacciate
verso il basso, che non tenevano conto dei crescenti costi
gestionali e di personale, nonché della forte stagionalità
e di quantità di prodotto comunque contenute perché
vincolate dal ciclo produzione - esposizione - vendita.
È ovvio che se posso produrre e vendere ingenti quantità
di prodotto, posso da una parte “spalmare” i costi e
dall’altra contare su ricavi consistenti, cosa che
purtroppo non vale per le gelaterie artigianali, che
quindi devono proporre prezzi del loro prodotto che
comunque garantiscano di raggiungere il punto di pareggio
e di avere il giusto margine di utile.
Inoltre l’appiattimento dei prezzi praticati in passato
non teneva conto delle notevoli differenze qualitative fra
locali diversi, che giustificano prezzi diversi (così come
il consumatore è abituato ad accettare notevoli differenze
se va in una buona trattoria o in un ristorante blasonato
oppure se consuma mortadella piuttosto che prosciutto
crudo).
Ricordo qui una mia vecchia provocazione: perché i
gelatieri più d’avanguardia non osano proporre addirittura
gusti diversi a prezzi diversi? In fin dei conti è noto a
tutti che un buon pistacchio di Bronte costa molto ma
molto di più di un fiordilatte!
In ogni caso tutto questo discorso va precisato e
approfondito all’interno del nostro specifico settore,
all’interno del nostro “mondo”, quello del gelato
artigianale, ben differenziato dall’ice cream industriale,
il quale (ripetiamo) non è “il” piacere, non è il sogno
con riferimenti all’immaginario collettivo, non è
convivialità, non è il simbolo di freschezza e creatività,
non è il cono da gustare passeggiando, non è la coppa da
gustare al tavolino, non è la termoscatola - dono da
portare a casa degli amici ...
Fermo restando che locali diversi possono praticare
quotazioni diverse (qualità, ubicazione, target, costi
gestionali ...), è opportuno che il cono da 1 euro e 50
caratterizzi la fascia di ampio consumo e, naturalmente
può essere accompagnato (oppure no) da una opzione a
prezzo lievemente inferiore e da alcune opzioni a prezzo
superiore.
Ritrasformate gli euro in lire e vedrete che il discorso
regge e merita rispetto.
Il prezzo medio dell’asporto può essere posizionato
attorno ai 10 euro e anche di più (non venti che pare
proprio un prezzo esoso, a meno che sia una prelibatezza
da mille e una notte) e ciò è in linea con l’obiettivo di
consolidare ed estendere il consumo dell’asporto
artigianale, costruendo una progressiva qualificazione del
consumo domestico, allo stato attuale tragicamente
schiacciato sulla vaschetta dei supermercati a prezzi
stracciati con rimozione di ogni valutazione attinente
all’ingredientistica, alla qualità e alla freschezza.
Come sempre quando si parla di “palanche”, ci sarà un
terremoto e riceverò commenti di ogni tipo (alcuni anche
feroci), ma ritengo che il mio ruolo di opinionista di
lungo corso mi imponga di non censurare questo intervento,
per il bene del settore e per la valorizzazione del gelato
artigianale. (A.M.)
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