|
Nei precedenti articoli di questa rubrica
ho promesso ai miei affezionati lettori di “esternare” le
mie impressioni al ritorno dall’edizione 2007 del SIGEP: lo
faccio volentieri, ricordando che il ruolo di opinionista mi
permette di esporre considerazioni molto personali, che
comunque ho la presunzione di ritenere utili al
miglioramento dell’immagine e del futuro del settore del
gelato artigianale italiano.
Contando sulla libertà di opinione e di espressione, scrivo
(e mi auguro di non subire censure) quello che reputo
fondamentale e irrinunciabile, facendomi guidare dal buon
senso, dal senso della misura e, perché no, dal buon gusto,
sapendo bene che ciascuno di noi può averne una lettura e
interpretazione diversa, ma questo è uno dei miei modi di
contribuire alla crescita del dibattito.
PREMESSA
Questa edizione del SIGEP é andata bene, con una consistente
presenza di visitatori, particolarmente interessante per
quanto riguarda l’estero: inevitabilmente il livello di
competenza e professionalità di molti operatori (soprattutto
dei paesi emergenti o di continenti lontani) non è
paragonabile con le realtà già strutturate e consolidate che
conosciamo e prevale, invece, un approccio di curiosità e di
buoni intenzioni, che sarà poi da verificare alla prova dei
fatti. Infatti, chi proviene dalla Corea o dalle Antille, ed
é venuto appositamente per il Sigep, é sicuramente
interessato e desideroso di avviare qualcosa di importante
in questo mercato, ma certamente non ne conosce le luci e le
ombre, le priorità, gli aspetti più qualificanti e le
aziende più meritevoli: si aggira curioso fra gli stand e
può farsi colpire da effetti - immagine (dai megastand, alla
vetrina con vaschette a montagna) e può contemporaneamente
farsi la strana idea che le gelaterie debbano essere come
dei luna park e che il gelato debba essere concepito e
gestito come un fast food.
È chiaro, in questa situazione, che il visitatore inesperto
possa anche incappare nelle peggiori proposte e che il suo
“ingenuo” interesse possa essere addirittura usato per
suffragare le peggiori tesi (di quei personaggi, talvolta
con alte responsabilità commerciali, che sembrano usciti dai
film tipo Matrix) sulla inutilità di puntare alla qualità e
sulla necessità di inventarsi fuochi d’artificio e novità a
ripetizione: l’eventuale interesse manifestato dal
potenziale cliente dei paesi emergenti, magari rivolto a un
gusto – novità artefatto, viene esaltato come dimostrazione
che è quella la strada da percorrere e che è così che si
conquistano i mercati. Ma in realtà non è così.
Non dimentichiamo, infatti, che esiste una profonda
dicotomia fra la linea che persegue la ricerca della qualità
e la linea che insegue le “novità ad ogni costo”: la giusta
strada dovrebbe prevedere sempre la qualità al primo posto,
sapendola coniugare con l’innovazione, ma purtroppo a molti
risulta più semplice cercare le scorciatoie della pura
apparenza e degli effimeri colpi di teatro! Ma ritorniamo ai
tanti visitatori del Sigep: i numeri in Italia e nella
vecchia Europa crescono ormai lentamente, mentre l’estero
corre a gran velocità e permette grandi incrementi.
I possibili sviluppi sono quindi positivi e confermano un
interesse crescente verso il gelato artigianale italiano,
spesso trasversale anche a pasticceria, ristorazione,
hoteleria: si aprono mercati e articolazioni molto
stimolanti, ma é opportuno non abbassare troppo l’organicità
della nostra proposta.
Se vogliamo consolidare ed estendere il primato della nostra
visione del gelato artigianale italiano a livello mondiale,
dobbiamo tenere la rotta giusta e salvaguardare le
caratteristiche precipue del nostro prodotto, altrimenti
sarà una corsa perdente, con la inevitabile vittoria di
qualche “imitatore” o “assemblatore” (localizzato chissà
dove) disposto a scopiazzare alla meno peggio ogni sorta
d’articolo e ancor più disposto a proposte volgari e di
basso livello.
Ben altra è invece la strada da percorrere.
Qualità e creatività, nel connubio fra tradizione e
innovazione, restano i parametri vincenti da affermare a
tutti i costi, con l’obiettivo di avere, in tutti i paesi
del mondo, locali e prodotti che sappiano esprimere quello
che da anni chiamo “il nostro mondo” o “l’atmosfera della
gelateria italiana”, al cui interno si collocano
inevitabilmente anche i nostri macchinari, i nostri arredi,
i nostri ingredienti composti, i nostri coni e contenitori,
nonché tutti gli accessori per gelateria che esaltano
l’amore e il piacere verso il gelato insieme alla creativa
professionalità degli operatori.
Finita la premessa, andiamo al sodo.
LUCI E OMBRE
La buona notizia è che gli aspetti più appariscenti da luna
– park si sono ridotti. Ho constatato con piacere che i mega
stand non sono diventati ancora più grandi e più alti
(d’altronde, con quello che costano...) e che solo pochi ci
hanno assordato con musiche caciarone: le stesse hostess
erano più morigerate, spesso in calzoni, quasi mai con
esibizioni eccessive di décolleté e affini.
Non sottolineo questi aspetti con spirito bacchettone, ma
per ribadire che nelle precedenti edizioni sembrava di
annegare nella semplificazione e nell’appiattimento del
“marketing a sfondo pecoreccio” per promuovere e valorizzare
il gelato artigianale italiano, che ha invece bisogno di ben
altro per essere rafforzato. Ci vuole un approccio ben
calibrato, con una comunicazione che sappia valorizzare i
suoi aspetti caratterizzanti.
Nessuno dimentica che serissime ricerche hanno identificato
il nostro gelato con “il” piacere, perché così viene
fortunatamente vissuto dalla larga maggioranza dei
consumatori, ma questo non vuol dire che va pubblicizzato
come una rivista erotica o come un bel completino di
biancheria intima, tanto più se pensiamo che il nostro
target è trasversale ed è composto anche da bambini e da
nonni.
Non serve una banale semplificazione, ma una intelligente
capacità di muoversi correttamente, e di “comunicare” bene,
avendo ben individuato gli obiettivi da raggiungere.
Passiamo ad esternare altre impressioni. Anche le adunate
oceaniche di clienti appositamente invitati e ammassati in
alcuni stand sono in declino.
L’ostentazione negli stand di larghe masse di clienti
“utilizzati” anche per dimostrare ai concorrenti il successo
della propria azienda (quel fenomeno che ho chiamato in
altri scritti “cliente-mandria”) si é attenuato, anche se é
ben lungi dallo scomparire, come dimostra la folta presenza
di quei venditori (quasi tutti vestiti di nero, quasi tutti
a testa rasata o quasi, quasi tutti con occhiali da sole in
fiera) che incanalano i visitatori in un ipotetico iter
verso la “marchiatura” (fortunatamente non esercitata con
marchio a fuoco, ma con assaggi campioni - depliant e
sacchetto d’ordinanza). Non ho visto l’abuso di proposte
forzatamente “nuove”, con ridicoli nomi di fantasia,
scopiazzati dai film o dai cartoni animati: per intenderci
quello che avevo chiamato “il gelato dei cretini”.
Alcune grossolane pacchianerie sono state presentate, ma non
ne parlo neppure, tanto più che la massa dei visitatori se
ne è disinteressata. Pochi, per fortuna, i gusti
forzatamente nuovi: in molti casi la scelta (giustissima) é
stata quella di rivisitare i gusti affermati, migliorandoli,
talvolta puntando all’eccellenza. Questa strada di
perseguire l’obiettivo di un crescente miglioramento dei
gusti tradizionali merita un plauso e contribuisce
sicuramente ad innalzare il livello medio del prodotto
offerto dalle gelaterie, sia in Italia che all’estero, sia
nelle grandi città che nei piccoli paesi.
Anche questa é una buona notizia.
Finalmente ho visto una svolta anche rispetto all’abuso di
varianti dello stesso gusto. La iperproliferazione negli
anni recenti del cacao - cioccolato sta scemando: in caduta
il taglio peperoncino o zafferano, può darsi che qualcuno si
sia anche ricordato che troppo cioccolato fa venire i
brufoli!
C’è ancora chi si inventa nomi e personaggi strani per
proporre “nuovi” gusti, ma ormai sembra prevalere la
coscienza che se c’é troppo fumo é probabile che l’arrosto
sia bruciato. Permane purtroppo, su alcuni aspetti, una
sconcertante omologazione: molti stand presentavano, per
esempio, in contemporanea la nuova versione del gelato caldo
e dei “semifreddi – semipronti”, utilizzando la
visualizzazione delle “torte in vaschetta”.
Girando per i corridoi, incappavi sempre in vaschette
“intortate” o nei (graziosissimi!) bicchierini in plastica
per le monoporzioni.
Non mi lamento più di tanto, perché il risvolto principale é
sicuramente positivo, cioé la sostituzione in questi
articoli dei grassi vegetali idrogenati con grassi animali,
e quindi é comunque un passo in avanti, perché migliorerà la
media del prodotto offerto e farà risalire i consumi
penalizzati da una proposta eccessivamente scadente.
Il vero grandioso salto di qualità (ma temo che non tutti
l’abbiano colto e capito) é stata la proposta di un
ingrediente composto a base di fruttosio e fibre vegetali da
utilizzare con la frutta frullata (senza saccarosio, senza
neutri, senza acqua!): finalmente un gelato di frutta che
merita l’assoluta eccellenza e che, sono certo, migliorerà
su scala diffusa e capillare l’offerta delle gelaterie e del
gelato in ristorazione.
LA NOTA DOLENTE
Il vero buco nero é il dilagare delle vaschette che ho
altrimenti definito “agghindate come viados”, con montagne
altissime e scomposte di gelato, pasticciate con variegature
e “paciugate” di ogni tipo e sormontate da ogni genere di
stranezze: frutta intera in quantità, zucchero caramellato,
zucchero filato, pezzettoni di cioccolato, canditi a iosa...
Le vetrine assomigliano ai banconi del luna - park e le
vaschette a montagna attireranno magari l’attenzione, ma non
richiameranno certo a scelte di qualità e genuinità, oltre
ad essere disagevoli per la spatolatura, se sprovvedutamente
riproposte in gelateria.
Proprio non riesco a capire perché vengano mantenute queste
strampalate esposizioni nell’allestimento degli stand!
"Le vaschette agghindate come viados con gelato a
montagna e con variegature paciugate hanno proprio stancato"
IN FIN DEI CONTI
Ho apprezzato anche quest’anno il confronto fra diverse équipe
internazionali (per questa edizione intitolato al
Buontalenti) che ha visto la sfida fra squadre di diverse
nazioni, che si sono cimentate con abbinamenti gelateria -
gastronomia con anche il gelato - salato: hanno vinto gli
spagnoli, secondi gli italiani, in una iniziativa che non
può che contribuire a stimolare la ricerca della qualità e
un positivo intreccio con il variegato mondo della
ristorazione. Così pure reputo interessante l’esperimento
promosso insieme al Politecnico di Milano sull’evoluzione
dei punti vendita, con presentazione di alcuni project work,
iniziativa in sintonia con gli stimoli pervenutoci dal
Politecnico di Torino in materia di imballaggi e
confezionamenti: possono anche sembrare aspetti marginali,
ma non lo sono per nulla e attestano l’interesse per il
nostro comparto e le spinte per andare avanti e “oltre”.
Tante presenze, tanti stranieri, nuove aperture sulla
ricerca della qualità e dell’eccellenza: sono segnali
importanti e non possono essere azzerati dalle arretratezze
o dalle cadute di tono, confermando così che, nonostante
tutto, si può tentare di essere ottimisti.
Rinnovo l’auspicio con cui concludo spesso i miei scritti: i
migliori rappresentanti delle aziende di produzione e di
distribuzione, delle fiere e delle riviste, insieme con i
migliori gelatieri, possono e devono unire sforzi ed
intelligenze su semplici punti qualificanti e condivisi per
valorizzare ruolo e immagine del gelato artigianale italiano
nel mondo.
P.S.: Complimenti alla Fiera per la promozione all’estero
e per il risultato di visitatori stranieri.
Note dolenti: difficoltà nei parcheggi, climatizzazione
insufficiente, bagni inadeguati e non stabilmente
presidiati.
Si può migliorare.
|