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Opinione

Possiamo essere un po' ottimisti

Nei vari interventi di questa rubrica, fortunatamente molto seguiti (Vi ringrazio per la benevolenza), non ho certo evitato di sottolineare letture critiche delle debolezze del nostro settore.
Talvolta ho anche utilizzato il sarcasmo, e alcune definizioni scherzose sono diventate di uso comune fra i lettori per stigmatizzare grossolane cadute di tono. Pur tuttavia, gli stessi articoli sono arricchiti, così voglio credere, da analisi e proposte positive, stimoli all’impegno unitario per ridare vigore e prospettive al gelato artigianale italiano.
Mi è stato chiesto di evidenziare il ruolo di una nutrita schiera di giovani operatori desiderosi di crescere professionalmente, sensibili e curiosi sui temi della formazione e dell’innovazione, propensi a un dialogo costruttivo fra aziende produttrici, distributori, gelatieri.

Lo faccio volentieri.
Sono nuove leve, spesso figli e nipoti della generazione che ci ha traghettato dal pionierismo degli anni cinquanta all’impetuoso sviluppo di fine secolo.
Hanno vissuto le vittorie e gli entusiasmi, ma anche i limiti e gli errori, con conseguenti disillusioni e hanno dovuto subire l’eccessiva longevità (comune a tanti altri segmenti dell’economia e della politica nostrana) e l’occupazione infinita della scena da parte dei “vecchi” interpreti.
Il ricambio generazionale è giusto e opportuno: speriamo che i “giovani” abbiano imparato sia dai successi che dagli insuccessi e sappiano coniugare modestia e determinazione nel porre mano a cambiamenti positivi.
Mi tocca, però, fare anche l’elogio di alcuni vecchi, per nulla parrucconi, ma grandi personalità ricche di entusiasmo, di passione, di proposte e di determinazione. In ogni generazione non si può fare di tutte le erbe un fascio e, accanto al saggio, vegeta il cretino. E’ successo a noi, ai nostri padri e nonni, succederà ai nostri figli e nipoti.
Importante è non perdere la bussola e la direzione di marcia.
Lo sviluppo del settore in quantità e, almeno parzialmente, in qualità è un dato di fatto.
La disponibilità di tecnologie, di prodotti, di sapere è non paragonabile con le ristrettezze del passato. Molti tentativi di percorsi unitari sono abortiti, ma è risultato chiaro che il protagonismo di una componente del settore sopra e contro le altre, così come il protagonismo personale sono male piante da estirpare: c’è nuovamente un desiderio diffuso di coordinare le forze e procedere insieme almeno su pochi obiettivi condivisi.
Cerchiamo di partire da qui e chiediamo a tutti gli attori, gelatieri e non, di porsi come utili contenitori e laboratori per questi tentativi unitari.
Le organizzazioni di categoria (siano esse delle aziende produttrici o dei gelatieri) possono fare un passo indietro, sedando gli eccessi di volontà dirigistiche, e possono dedicare più energie a rafforzare il numero dei propri aderenti e la qualità della loro cultura. Diventeranno, così, forti (o ancora più forti) e crescerà la loro capacità di mettersi in rete e di ottimizzare le risorse per favorire lo sviluppo dell’intero settore. Più saremo, tutti, in grado di evitare che si dicano e si facciano stupidaggini in gelateria, più potremo guardare con speranza e fiducia al futuro del settore.

P.S.: Per non deludere i miei più fedeli lettori, ribadisco che spero di non vedere in fiera i mega - stand tipo lunapark per ospitare i “clienti-mandria”, le paciugate “vaschette tipo viados” con il quasi-gelato a montagna, i gusti ebeti da “gelato dei cretini”, le stendiste “fuoritutto” - “ragazze coccodè” del gelato meravigliao.
Se non le vedrò (o ne vedrò di meno), sarà un buon segno di maturità e già nell’edizione 2006, meno male, queste esibizioni pacchiane erano in visibile calo.
A questo punto, sono disponibile all’ottimismo.

 
 
 
 
 
 
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