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Attualità

Pagamento a ... "Babbo morto"

Si estende purtroppo a macchia d’olio il ritardo dei pagamenti, degli impagati e degli insoluti; dare per scontata questa piaga o contribuire ad estenderla è colpevole e suicida.

Se le priorità per il futuro del settore sono qualità e ricerca dell’eccellenza, altrettanto importante è la capacità imprenditoriale e gestionale, che si fonda sulla correttezza dei pagamenti
 

Le norme sui ritardati pagamenti

Con il D.Lgs. 9 ottobre 2002 n. 231, l’Italia ha recepito la Direttiva della Comunità Europea 2000/35/CE del 29 giugno 2000, con la quale sono stati introdotti metodi dissuasivi per fronteggiare i ritardi nei pagamenti.
Con l’entrata in vigore del decreto, anche nel nostro Paese ciascun imprenditore è chiamato ad ad–debitare gli interessi moratori nei confronti di quei clienti che non avessero provveduto al pagamento delle proprie obbligazioni o che le avessero estinte in ritardo.
I termini di pagamento stabiliti fra le parti (sia in forma di contratto scritto che attraverso l’indicazione dei termini sulle fatture) devono essere chiari e rispettati, senza alcuna dilazione: se il pagamento è RB o Ri.Ba il termine va rispettato e lo stesso se è rimessa diretta (es. a 30 giorni oppure alla consegna).
Ogni non rispetto dà luogo all’obbligo di emettere fattura di interessi moratori, che il decreto legge prevede in modo definitivo (e che con gli adeguamenti ad oggi ammontano, per gli edibili con scadenza, a più dell’11%).
Le aziende sono pertanto tenute a uniformarsi a queste disposizioni e con massima trasparenza a comunicare a tutti i clienti che il rispetto tassativo dei termini di pagamento è un obbligo e lo spostamento dei versamenti darà automaticamente luogo a interessi.
Tra l’altro ne deriva che è consigliabile dare senza equivoci data certa ai termini di pagamento, utilizzando, per esempio, la procedura delle RB, perché la gestione e contabilizzazione delle rimesse dirette risulterebbe poco precisa e con problemi derivanti dai tempi e modi di registrazione.
Considerato quindi il carattere definitivo e coercitivo della norma in oggetto è necessario osservare sempre la puntualità nel saldo delle obbligazioni onde evitare l’obbligatoria emissione e contabilizzazione dei documenti di addebito, nonché l’ulteriore importo che ne scaturisce.


La realtà diversa


Nonostante la chiarezza di quanto esposto fino a qui, la realtà è assai diversa, cioè “in salsa italiana”: molte aziende di produzione e di-stribuzione applicano il “voglio ma non posso”, cedendo alle cattive abitudini acquisite dai clienti e cedendo anche all’opportunismo dei propri venditori (spaventati dagli eventuali contraccolpi commerciali della “normalizzazione” dei pagamenti).
Sia ben chiaro che ciò avviene anche negli altri settori, dalla alimentaristica al vestiario, dalle auto ai computer, ma a noi qui compete valutare la situazione della gelateria e prendere atto che non è per nulla virtuosa, anzi è ancor più arretrata rispetto ad altre realtà.
Nonostante i locali incassino hic et nunc, visto che il consumatore paga in contanti, i pagamenti ai fornitori sono invece assai dilazionati, spesso a sessanta giorni su estratto conto fine mese, talvolta a novanta giorni e in alcuni casi (gravissimi!) anche “a fine stagione” o, addirittura, non sono fissati i termini, in barba alle norme.
C’è da aggiungere che il fatto ancora più grave è il non rispetto delle scadenze: se il fornitore ha (ingenuamente e con debolezza) accettato la rimessa diretta o “a passaggio rappresentante”, attraverso scuse e giustificazioni, i termini vengono fatti slittare dal negoziante, con enormi perdite di tempo, telefonate, solleciti, costi del personale e arrabbiature, a danno del creditore.
Se sono fissate RB o Ri.ba, è frequente l’insoluto con inevitabili tempi lunghi di segnalazione, costi bancari, costi di registrazione e riemissione…
Talvolta compare ancora il famigerato (e fuori legge) assegno post-datato, magari con più girate (ben vengano le nuove norme per controllare i percorsi!) e magari con la pretesa di rinegoziarne la scadenza… Poi c’è anche chi protesta assegni e cambiali e si comporta come se nulla fosse, nonostante i protesti e i fallimenti.


Cosa c’è dietro?


La lettura è sconfortante: ne esce un quadro di carente imprenditorialità (pochi capitali, poca solidità, scarsa cultura di relazioni d’impresa, scarsa etica sul denaro e sui pagamenti…), di mercato parzialmente drogato (locali sbagliati che non riescono a pagarsi la sopravvivenza, imprenditori improvvisati che non sanno quello che fanno, vendite e acquisti a rischio…), di debolezze prospettiche (calo della qualità dei locali e del prodotto, crisi di immagine e di consumi, fragilità delle aziende coinvolte…).
Ovviamente non è solo così e decine di aziende di produzione e di distribuzione e centinaia di gelaterie lo dimostrano con la loro floridità e con la loro correttezza: ma tutto ciò
è messo a rischio da altre decine di aziende di produzione e di distribuzione e da altre centinaia di gelaterie che purtroppo si muovono proprio come si diceva nelle righe precedenti.
Facciamo una galoppata nel passato per cercare di capire meglio.
Fino alla metà del secolo scorso il mestiere del gelatiere non era né comodo, né altamente redditizio, né di moda; volenterosi artigiani e ambulanti, quasi sempre senza capitali alle spalle, dopo aver lavorato anni con i loro carrettini o con le loro latterie, si candidavano ad aprire vere e proprie gelaterie, confortati e attratti dal successo, anche economico, dei pochi locali di questo tipo esistenti, gestiti spesso da famiglie con evidente soddisfazione.
Si verificò talvolta, allora, una richiesta di aiuto economico da parte del gelatiere non abbiente nei confronti del fornitore (produttore di coni o di ingredienti composti, oppure grossista, oppure arredatore o concessionario di attrezzature) e in numerosi casi questo aiuto si concretizzò, anche in virtù di forti rapporti interpersonali e di una reciproca fiducia derivante dall’etica e dal rispetto dei debiti contratti: erano altri tempi, il mancato pagamento era considerato una onta grave, e, in aggiunta, la lettura del mercato faceva intendere che il locale avrebbe avuto successo e che il debito sarebbe stato pagato.
Ora non è più così, ma queste lontane “abitudini” sono rimaste come un peccato originale, con il quale non si sono fatti i conti a fondo!


Molto è cambiato, non sempre in meglio

Lo sviluppo impetuoso delle gelaterie, via via fino quasi alla saturazione, ha comportato vari problemi, tre dei quali è buona cosa sottolineare. Apri oggi, apri domani, non tutti i locali che ora vengono aperti hanno il successo assicurato: alcuni fanno fatica a sopravvivere e a pagare i debiti, alcuni addirittura chiudono o falliscono.
Nel settore, richiamati dalla corsa all’Eldorado degli anni ruggenti, arrivano operatori non preparati, né sul piano professionale né su quello gestionale, con un approccio imprenditoriale approssimativo e con un atteggiamento superficiale verso i costi, verso i debiti, verso il denaro. La concorrenza si fa spietata, non solo fra le gelaterie ma anche fra i fornitori: le aziende di produzione e distribuzione abbassano la guardia sulle garanzie, pur di assicurarsi il cliente e cedono sia sugli sconti (giungendo a un vero e proprio ribassiamo) sia sui pagamenti, allungandoli e non rendendoli certi e definiti. In questo varco, che spesso diventa uno smottamento catastrofico, si infilano i locali in difficoltà, quelli in crisi di liquidità, quelli sotto il punto di pareggio, quelli decotti: a questa schiera si aggiungono drappelli di operatori con scarsa cognizione del valore del denaro e anche drappelli di furbetti (che marciano su questo malcostume per pagare, come si dice, a babbo morto).
Purtroppo anche qualche locale sano fino a ieri può scivolare nel dirupo, perché ha dovuto dividere gli incassi con locali concorrenti o perché non ha saputo rinnovarsi o ha perso la voglia: in aggiunta possono entrare in avvitamento alcuni che hanno deciso di aprire il locale numero due o una catena, perché non si accontentavano dei risultati della gelateria fino allora ben gestita (e poi vengono travolti dai costi moltiplicati e dalle complicazioni gestionali).


Non c’è limite al peggio

È bene ricordare a tutti che, una volta entrati in questi gironi infernali, non c’è limite al peggio: il locale in difficoltà di sopravvivenza tende inevitabilmente a tagliare, a risparmiare sulla qualità, e a peggiorare il servizio e, in ultima analisi, a creare problemi all’intero comparto (perché aumenta la probabilità per il consumatore di trovare un gelato non buono e quindi si fa crescere la sfiducia, con disamoramento verso il prodotto).
In realtà per il bene del settore sarebbe auspicabile che i negozi in queste condizioni chiudessero e per le aziende sarebbe opportuno non servirli, per evitare buchi di bilancio, che possono anche, diventare pericolosi.
Purtroppo non è così per tutti e alcune aziende si ostinano a non correggere il tiro e a perseverare in politiche mirate alla “vendita ad ogni costo”, indipendentemente dai pagamenti: tra l’altro spesso queste aziende sono le stesse che praticano scontistiche folli in spregio alle regole elementari di correttezza del mercato e di rispetto del ruolo di tutte le figure che lo animano.
Anche la non applicazione delle norme succitate sui ritardati pagamenti è colpevole e meriterebbe una drastica correzione.
È il caso di precisare che non è nostra intenzione “criminalizzare” chi si trova in gravi difficoltà e non riesce ad evitare il ritardo dei pagamenti, perché gli eventi della vita e del mercato talvolta sono spietati: ciò non toglie che questi fatti sono gravi e ogni inadempienza costituisce una precisa responsabilità (non bisogna dare spazio al vittimismo di chi dà sempre la colpa alla sfortuna e agli altri!).
Se un gelatiere ha sbagliato la scelta di dove aprire la gelateria, se non è stato in grado di fare una analisi del mercato potenziale, se non è stato capace di offrire il prodotto e il servizio vincenti, se ha difficoltà per la liquidità e per la gestione… le responsabilità sono solo sue e non è giusto che scarichi le conseguenze dei suoi errori e della sua inadeguatezza sui fornitori.
Ripetiamo ancora una volta, fino alla nausea, che comunque quello che preoccupa di più è che quel gelatiere in grave difficoltà farà del male a sé e agli altri, perché per risparmiare peggiorerà il prodotto e il servizio e danneggerà l’immagine delle gelaterie: contestualmente creerà, con i suoi mancati pagamenti, difficoltà ai suoi fornitori, che rischieranno così a loro volta di peggiorare il servizio, anche in questo caso a danno dell’intero settore!
Ciò detto, è inevitabile evidenziare che proprio i fornitori devono rompere ogni indugio e debolezza verso i non pagatori, perché non farlo equivale a una vera e propria complicità. Sorprende che alcune aziende di consistente realtà e di storica esistenza figurino nell’elenco dei cattivi esempi, con pagamenti a tempi lunghissimi e con accettazione di slittamenti e rinegoziazioni; i casi sono quattro: o chi gestisce se ne frega, o ha guadagnato fin troppo, o è in delirio di onnipotenza e vuole “crescere” ad ogni costo, o (più verosimilmente) è “alla frutta” e sta rincorrendo disordinatamente qualsiasi tipo di vendita.
Non a caso, se si analizzano gli altri aspetti, sono le stesse aziende che fanno sconti quasi da sottocosto, che si inventano regali e promozioni a tappeto, che non rispettano il listino e le relazioni con le aziende concorrenti, che non rispettano i ruoli dei distributori e le zone di competenza…
Fra i distributori, purtroppo, capita anche di peggio: soprattutto fra piccoli grossisti (spesso ex agenti con il mito di mettersi in proprio), che sgomitano per affermarsi e per catturare clienti a colpi di scontacci e di pagamenti lunghi o indefiniti.
Talvolta i pochi costi iniziali di una aziendina a gestione quasi personale fanno pensare a una sopravvivenza possibile senza i giusti margini: ma per allargare e migliorare il servizio bisogna investire e bisogna avere dipendenti, ed allora ecco le difficoltà a trovare le risorse, la tendenza a “sbragare” con il cliente pur di avere una vendita in più, la poca attenzione ai pagamenti…
Ecco già poste le premesse per mettere l’azienda di distribuzione in difficoltà di liquidità e con il rischio di non pagare i suoi fornitori, e nello stesso tempo ecco già poste le premesse per una complicità suicida con il negoziante non pagatore: il tutto a danno dei diretti interessati, ma anche dell’intero settore.
È chiaro l’effetto domino determinato dal negoziante che non paga e che riversa il problema sul distributore che va così in crisi di liquidità e che riversa a sua volta il problema sui suoi fornitori.
È altrettanto chiaro che tutto ciò è assurdo e non accettabile!


Serve più correttezza

A questo punto occorre superare le ambiguità e correggere il tiro, sfilandosi dalla filiera non virtuosa di una allenza “complice” fra operatori insolventi e fornitori conniventi: contestualmente occorre esprimere apprezzamento alle numerose aziende che applicano percorsi virtuosi e contribuiscono a sensibilizzare i loro clienti anche sul piano professionale, imprenditoriale, gestionale e di rispetto dei pagamenti.
Con altrettanto apprezzamento guardiamo alle centinaia e centinaia di gelatieri che gestiscono i loro locali con competenza, perseguendo l’obiettivo della qualità e della ricerca dell’eccellenza per il loro gelato, garantendo un servizio qualitativamente elevato e fidelizzando i consumatori: non a caso sono gli stessi che basano sul reciproco rispetto i rapporti e le relazioni con i loro fornitori, a cui chiedono forniture di qualità - prezzi e scontistiche adeguate - servizio efficiente - consulenza qualificata e nei confronti dei quali considerano un punto d’onore e un paletto irrinunciabile il rispetto pieno dei tempi e dei modi di pagamento.
L’alleanza virtuosa fra questi gelatieri e queste aziende è la vera garanzia per il futuro e per il successo del gelato artigianale italiano.

 

 
 
 
 
 
 
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