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In
gelateria la battaglia
del cono-baby
Ci sono svariate ragioni per desiderare un cono-baby:
la prima (e dovrebbe bastare) è il destinatario.
Il gelato ridotto sta ai bambini come il riso in bianco ai
convalescenti e il grappino agli alpini, almeno per due
inconfutabili ragioni: la quantità ridotta e il prezzo su
misura.
Ma queste sono le ragioni delle mamme, inascoltate dai
gelatai milanesi.
Il cono-baby è ormai un miraggio.
Cancellato dai listini, che prevedono le due palline ma
non il formato mini.
E’ rifiutato senza pietà anche a chi varca la soglia della
gelateria quotidianamente con tre o quattro marmocchi al
seguito; slapperanno tutti l’intera dose, poppanti
compresi, a tariffa piena che si aggira attorno a un euro
e settanta, il minimo per l’opzione due gusti.
In barba alle raccomandazioni dei pediatri e al ripetuto
allarme obesità, i bambini milanesi ingurgitano razioni da
adulti per ragioni commerciali.
E i genitori spendono per la merendina estiva più
gettonata dai bambini il doppio di quello che dovrebbero.
L’appello alla ragionevolezza potrebbe essere rivolto ai
gelatai anche dai dietologi e nutrizionisti
tradizionalmente sostenitori del cono gelato (artigianale)
come sana merenda da proporre ai bambini.
In attesa del ritorno del cono-baby molte mamme hanno,
necessariamente, ripiegato sul gelato industriale. Le
multinazionali del cornetto non soltanto non disdegnano le
baby dosi ma si sono specializzate proprio nel formato
mini, venduto a un prezzo mini. Tutti contiamo su un
ripensamento da parte dei gelatai. D’altra parte, se le
mamme milanesi dovessero perdere la battaglia per il baby
gelato, buono, piccolo e a un prezzo equo, ne uscirebbero
sconfitte anche le botteghe artigianali.
Purché a rimetterci non siano i piccoli fedelissimi
clienti.
Federica Cavadini |
dal Corriere della Sera - 7 giugno 2006
Il problema merita attenzione e le argomentazioni sono
sicuramente condivisibili: dalla necessità di avere porzioni
adatte ai bambini evitando di “ingolfarli”, alla determinazione
di un conseguente prezzo contenuto, alla scelta di non lasciare
varchi per l’ice - cream industriale...
Aggiungiamo che l’eventuale proposta di un euro e trenta (oppure
un euro) corrisponde comunque a circa duemilaseicento (oppure
duemila) delle vecchie lire: non crediamo che sia scesa una
coltre di amnesia collettiva sul fatto che il cono per bambini
veniva offerto a mille lire solo pochi anni fa.
Non ci sembra il caso di fissare una quotazione unica di
riferimento, perché è innegabile che esistano differenze di
costi e di capacità di spesa fra Nord e Sud, fra città e paesi,
fra centro e periferia.
Quella che ci sembra essenziale è, in ogni caso, la scelta di
tenere debito conto della questione: evitare di seppellirla
sotto banali luoghi comuni o sotto generiche lamentele sui costi
che aumentano a dismisura e sulla insostenibilità della
gestione...
E’ verissimo che alcuni costi sono molto aumentati, soprattutto
quelli relativi ad affitti, forza motrice e personale, mentre
gli aumenti delle materie prime e degli accessori (se si esclude
la impennata delle nocciole) sono al di sotto di ciò che è
avvenuto in tutti gli altri comparti.
E’ anche vero che la continua apertura di nuovi esercizi fa sì
che i consumi acquisibili da ciascun locale sono relativamente
esigui perché troppo frammentati: ciò comporta per il gelatiere
la necessità di spalmare notevoli costi su esigui incassi, con
inevitabili ricariche “pesanti” sull’unità di prodotto.
Ed è infine vero che le vecchie abitudini delle famiglie di
gelatieri artigiani (in cui un coniuge era in laboratorio,
l’altro al banco e, spesso, i figli erano di supporto sia nella
produzione che nel servizio) sono andate in crisi e quasi
ovunque c’è personale dipendente, con conseguenti costi.
Nonostante queste osservazioni, resta la necessità di dare
risposte giuste ai consumi dei bambini, ben sapendo che il loro
problema è reale, che lo è quello delle loro mamme e che lo è
quello di non lasciare spazio ad alternative industriali.
E’ una scelta di copertura di mercato ed è un problema di
costruzione di relazioni e di rapporti fidelizzanti con i
consumatori.
E’ inevitabile che il discorso sui “coni - baby” si allarghi a
quello dei prezzi in generale del gelato artigianale e non a
caso con la rubrica “L’opinione” sono tornato più volte
sull’argomento: siamo contrari al ribassismo e ai prezzi
stracciati che spesso sono indice di scarsa qualità, ma
ripetiamo che le gelaterie non sono gioiellerie e che è assurdo
che in molti casi rischi di scomparire addirittura il cono da un
euro e cinquanta.
Il nostro obiettivo è sempre quello di valorizzare il gelato
artigianale, mantenendolo comunque fra i consumi di massa.
Arnaldo Minetti
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