Emergono alcune controtendenze e segnali importanti per dare il
primato alla qualità e all’eccellenza.
Ho
promesso agli affezionati lettori di tornare, subito dopo la
fiera di Rimini, sui temi dei precedenti articoli: lo faccio
volentieri e colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che
hanno voluto esprimermi, di persona nei corridoi del Sigep, il
loro apprezzamento e la condivisione, gratificandomi anche con
numerose citazioni dei passaggi più forti o emblematici.
TIMIDE CONTROTENDENZE
Devo subito evidenziare che cominciano a comparire le prime
timide controtendenze e, forse, si può nuovamente sperare nel
futuro.
Le vaschette “puttanone” e il gelato “paciugato” sono ancora
massicciamente presenti, a testimonianza dell’andazzo prevalente
(malinteso culto dell’apparire, abbinato a notevole cattivo
gusto), ma in molte vetrine degli stand sono ricomparse
gradevoli vaschette con superfici elegantemente “mosse” (per
valorizzare tessuto e struttura, e non per stupire gli
allocchi).
Anche le proposte di gusti-novità si sono riorientate verso i
prodotti della natura e non solo verso fantasmagorici richiami a
film-tv-merendine e nefandezze varie.
Devo, anzi, dire che ho visto con piacere qualche nuovo
approfondimento sulle materie prime nobili, con una ricerca
tendente a ridimensionare la presenza dei grassi vegetali
idrogenati: riparte la ricerca e ci sarà inevitabilmente una
corsa virtuosa al miglioramento qualitativo.
Anche su monoporzioni e bocconcini c’è un passaggio
interessante, sia in qualità che in estetica, fortunatamente a
scapito del gelato caldo in flessione.
Purtroppo qualche visitatore dei paesi emergenti, spesso
dell'est europeo, con abiti firmatissimi ed etichette in bella
vista, inevitabilmente abbagliato dalle luminarie della società
del consumismo e dal mito del dio denaro (tanto e subito), si
affaccia ancora alle vetrine colme di vaschette puttanone e di
gelato caldo con occhi sgranati e godimento da overdose.
Ciò è una manna per il direttore marketing di qualche azienda
cresciuta sugli eccessi, perché il suo entusiasmo da nuovo ricco
giustifica le pregresse scelte di apparenza (“ecco, vedete:
all’estero è così che vogliono il gelato italiano; è così che si
vende di più”).
Spero che gli imprenditori intelligenti sappiano respingere
questa impressione superficiale, perché questa strada è la
negazione delle caratteristiche vere del gelato artigianale
italiano, del binomio qualità-creatività che ci ha fatto grandi,
della professionalità e tecnologia che ci rendono difficilmente
imitabili: sulla strada dell’apparenza si può improvvisare
imprenditore del gelato qualunque “furbetto del quartierino”,
genia prolifica in Italia e all’estero!
Chiudo questa introduzione con un paio di osservazioni veloci:
il gigantismo dei megastand non ha prodotto ulteriori metastasi
e non sono comparse dependance e super attici per autocelebrare
il potere (o la “maschia possenza”); non si sono raggruppati
numeri esorbitanti di clienti-mandria nei “tavolini a vista” per
esibire il successo nelle quote di mercato; non si sono sparate
canzoni e musiche a pieno volume, assordando i visitatori (anche
le minigonne delle hostess non erano poi così inguinali come
nelle precedenti edizioni).
Tutto ciò non è un grande cambiamento, ma bisogna anche sapersi
accontentare (l’alternativa poteva essere che non ci fosse
limite al peggio... e questo ci è stato risparmiato).
SEGNALI IMPORTANTI
La gente è venuta, tanta e motivata: non so come mai, nel senso
che non trovo una spiegazione razionale e mi aspettavo una fiera
sottotono ma, per fortuna, non è andata così.
Nulla è cambiato in meglio a livello macro e micro economico;
quasi nulla è cambiato nel triste scenario internazionale e
ancor meno in quello nazionale, superficiale e inconcludente,
anche sul piano della meteorologia la recente stagione non è
stata il massimo...
Eppure i visitatori - ripeto, tanti e motivati - testimoniavano
ben altro.
Butto lì una spiegazione di psicologia spicciola, che ci riporta
a una caratteristica degli italiani che ci viene invidiata
sempre e ovunque: non possiamo sopportare di stare a lungo nel
grigiore e nella depressione; esplode la forte necessità di
reagire, la voglia di rivedere il sole, di andare avanti.
È successo ancora una volta e auguriamoci che duri e si
consolidi, ben sapendo che questa “voglia” va coltivata,
valorizzata, fatta crescere e formata e non vilipesa con la
superficialità e con le banalità dell'apparenza.
C’erano poi tanti stranieri, sia dai diversi paesi europei che
dagli altri continenti: mercati interessanti e in espansione, a
cui fare proposte di qualità e organiche, a cui proporre
l’interezza del mondo e dell’atmosfera del gelato artigianale
italiano e non stitici siparietti dequalificanti. Rendiamo
merito ai dirigenti della fiera che si sono mossi beni per
orientare questo flusso.
E rendiamo merito agli organizzatori della Coppa del Mondo che
con caparbia determinazione hanno preparato con mesi e mesi di
lavoro un evento di alto profilo e di tenuta mediatica
(ricordiamo anche che la squadra italiana ha vinto la Coppa del
Mondo!) e plaudiamo anche alla iniziativa dell’Accademia della
Gelateria Italiana con interessanti e costanti dimostrazioni di
gelati e sorbetti ai liquori.
UNIRE LE FORZE MIGLIORI
Sicuramente ci sarà stato anche altro e mi scuso se non mi
avventuro in altre esemplificazioni: quelle che ho evidenziato
sono sicuramente segnali importanti.
Qualcosa sta veramente cambiando ed è bene che se ne prenda
piena coscienza, perché da oggi è ancora più colpevole e
negativo restare attaccati a una lettura vecchia e sbagliata del
settore e alle pacchianeria e superficialità che ne sono
derivate, con contorno di “nani e ballerine”.
Le forze e le intelligenze migliori del settore devono ora
confrontarsi ed unirsi per prendere la guida del percorso
virtuoso che punta sulla qualità e sull’eccellenza, sulla piena
valorizzazione di ciò che caratterizza il gelato italiano, senza
confusione con la realtà parallela dell’ice-cream industriale e
senza aree intermedie di pasticci improponibili e di livello
inaccettabile (evitiamo quei disgustosi piatti di “spaghetti”,
con ragù indefinito, che vengono proposti da alcuni ristoranti
cosiddetti italiani in varie parti del mondo ed evitiamo che,
quando si parla di pizza, si pensi alle catene fast-food:
cerchiamo di imparare dalle vicende e dagli alti e bassi sullo
scenario mondiale di altri simboli del made in Italy). Fra i
gelatieri di ogni età e legati alla loro professione, fra le
aziende di ingredienti e di attrezzature, fra i produttori di
coni e accessori, fra i distributori specializzati, fra le fiere
e le riviste... ci sono stupende persone in grado di guidare la
svolta e di portarla a compimento, con pacatezza e
determinazione senza infierire sui “nani e le ballerine” che
hanno rischiato di gettare il gelato artigianale nella
spazzatura (o di confonderlo con essa), ma riportandoli al loro
ruolo di giullari e non di padri eterni.
Non servono comitati e supercomitati, ma tavoli informali di
confronto e di approfondimento, per poi giungere a convegni e
iniziative di orientamento: salotti di saggezza e di
disponibilità al confronto, forieri del vero rilancio del
settore.
GODERE DI BUONA STAMPA
Mano a mano che affermeremo questo progetto, crescerà
l’attenzione del mondo della comunicazione (quella giusta, non
quella gridata) e godremo sempre più di buona stampa: è ora di
finirla di pensare che un giornalista che non parla bene del
gelato artigianale è “pagato dall'industria” e altre corbellerie
da anni cinquanta.
Quasi sempre il giornalista si affida alla sua personale
esperienza (in questo caso di frequentazione di gelaterie e di
assaggi di gelati) e al passa-parola della sua cerchia di amici
e conoscenti e tenta di trasmetterne “il sentire” al lettore: se
lui stesso non ha saputo riconoscere un gusto dall’altro, se ha
sogghignato per i nomi beceri dei gusti esposti e per le
montagne di gelato pasticciato nelle vaschette, se i suoi
parenti e conoscenti gli hanno detto che non è poi così facile
trovare gelati molto buoni o che non li portano sempre
volentieri in regalo alle cene fra amici, allora farà fatica a
scriverne con toni entusiastici e nettamente positivi.
Se poi si è documentato, ha letto altri articoli, ha
intervistato qualcuno del settore, ha visitato fiere... e magari
è incappato nel direttore marketing di cui scrivevo prima, molto
alla moda - leccato e tirato a lucido - super accessoriato e si
è sentito dire che oggi conta soprattutto l’apparenza e
l’immagine, “la grandeur” e le novità ad ogni costo... beh,
allora proprio si capisce che gli sia passata la voglia di
parlarne in modo entusiastico.
È importante che gli torni la voglia.
Sta a noi non far più trovare vetrine “da bordello”.
Cerchiamo di far parlare di gelato artigianale coloro che hanno
capito cosa è veramente.
Da questo Sigep ci vengono segnali positivi: buon lavoro.
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